Se la politica manca, evviva la politica.

Giornata di rese dei conti, ieri 21 febbraio, Anno del Signore 2014. A Roma un giovane rampante che se fossimo negli anni ’80 chiameremmo yuppie, ma siamo ormai oltre il fine impero e non ci fa ridere, è diventato premier come uno di quei ragazzini viziati guadagnano il motorino, mentre quiggiù nei territori, come si dice, persone e organizzazioni si incontrano e discutono di come ripartire, di come non soccombere, di come sopravvivere.

Ognuno però lo fa a modo loro. Continue reading

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Da Taranto a Roma con Di Vittorio

“Il lavoro è un bene comune” – con la delegazione tarantina alla manifestazione della Fiom

C’è Di Vittorio con noi nel pullman che ci porta a Roma alla manifestazione “Il lavoro è un bene comune” indetta dalla Fiom. La sua storia scorre attraverso le immagini della fiction Rai interpretata da Favino che scorrono sui teleschermi del pullman. Macinando kilometri, rivivendo la nascita della Cgil, diretti verso Roma a ribadire che non tutti sono d’accordo che il lavoro diventi la vittima sacrificale della crisi economica. Né il lavoro e né tantomeno i lavoratori. Soprattutto i lavoratori.

Partiamo da Taranto prima dell’alba, le luci dell’Eni e dell’Ilva brillano lugubri nel buio di questo sabato di manifestazione. Imbocchiamo la statale, poi verso Massafra e quindi sull’autostrada. Cinque sono i pullman che partono da Taranto, dieci da tutta la provincia. Operai, studenti, militanti, comitati di quartiere, operatori sociali, pensionati, migranti. Tutti diretti all’appuntamento a Roma: quando la Fiom chiama, non si può non rispondere.

La prima fermata è per il caffè, incrociamo due autobus di pellegrini con la foto della Madonna di Lourdes sul parabrezza. Sul nostro campeggia la scritta Fiom Pullman n. 4 e un pupazzo di Hello Kitty. Prima di salire i discorsi si fanno subito duri: i lavoratori somministrati Ilva, precari della metallurgia, si lamentano del fatto che non ottengono risposte né dall’azienda né dal sindacato. La questione è sempre la stessa: essere assunti, non essere assunti, rimanere precari o disoccupati. E poi c’è la questione ambientale, che emerge sempre e comunque ogni volta che si parla dell’Ilva. Nico chiude la discussione dicendo: «Non mi possono chiedere di barattare la città con un posto di lavoro».

 

La delegazione della Fiom di Taranto

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8 marzo, festeggiare si deve, per ricordare

La leggenda narra che nel 1908 a New York il signor Jonhson per placare gli animi delle operaie della sua industria tessile Cotton, le chiuse in fabbrica e appiccò un incendio. 129 operaie morirono bruciate. L’episodio fu ripreso due anni dopo durante l’Internazionale di Copenaghen, dove fu proposta l’istituzione di una giornata di lotta internazionale per le donne.

Altre fonti raccontano che la scelta dell’8 marzo fu dettata da un percorso lungo, del movimento per i diritti delle donne statunitensi. Comunque, quale che sia la versione storica, la cosa importante è che questo giorno è un giorno di lotta per il diritto al lavoro e per i diritti civili.

Il pane e le rose, appunto.

Abbiamo incontrato Valeria Fedeli, vicesegretaria nazionale della Filctem CGIL, nuova categoria di tessili e chimici, ex segretaria nazionale della Filtea. Abbiamo chiesto a lei quale fosse il senso di una giornata della donna: «Sono appena usciti i dati dell’occupazione femminile, e in Italia la percentuale di donne occupate è superiore solo alla Grecia. Continuiamo a vivere in un retaggio pazzesco in cui la disoccupazione femminile è, in fin dei conti, meno peggio di quella maschile, perchè la donna, se non lavora, ha comunque da fare a casa: famiglia, figli, lavare, stirare… E tutto questo nonostante la Costituzione Italiana preveda uguaglianza tra i generi». Rincara la dose, circostanziando meglio  cosa accade in Italia: «Nell’autunno del 2007 fu approvata la legge 188 che era stata fortemente spinta dalla categoria delle lavoratrici tessili. Era la cosiddetta legge contro le dimissioni in bianco, quella pratica molto diffusa che all’atto di assunzione permetteva al datore di lavoro di poter mandare via una lavoratrice quando ne avesse voglia. In particolare funzionava per evitare la maternità, una delle cose che maggiormente crea discriminazioni. Fu una vittoria, un passo avanti nel riconoscimento dei diritti. Nel 2008 però, fu abrogata dal ministro Sacconi. Fu una delle prima cose che fece il nuovo governo Berlusconi».

Emergenza Donna, dunque, dal titolo dell’iniziativa della Camera del Lavoro di Martina Franca. Un’emergenza che lungi dall’attenuarsi, mostra sempre più i suoi lati pericolosi. La donna-velina, la possibilità di farsi strada non attraverso il merito, ma per “cooptazione”, usando un eufemismo, attraverso pratiche che non riconoscono le capacità ma solo l’indice di gradimento dei potenti. Di solito uomini. La donna-velina non è il male in sè, ma lo diventa quando è l’unica pratica che trova il successo, che raccoglie il consenso, i curriculum vitae valutati attraverso la media seno-vita-glutei e non quella accademica.

La strada da percorrere è lunga, lo confermano i dati sulla disoccupazione, gli spaccati che non trovano spazio in televisione o sulle riviste. Festeggiare serve ancora, quindi, per ricordare, perchè, come conclude Valeria Fedeli: «L’8 marzo deve ritornare ad essere la festa laica del lavoro delle donne».

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Le scarpe di Tricase

La lunga crisi della Adelchi, stabilimento di eccellenza nella produzione di scarpe. Esternalizzazioni e licenziamenti hanno soffocato la fabbrica. I lavoratori, però, ora non accettano di rimanere a casa e fondano una cooperativa. Per continuare a produrre

(Pubblicato su Carta n 42 del 27/11/2009)

La fabbrica Adelchi

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Gianfranco Chiarelli interviene sul tessile, insultando Vendola

Cavalcare l’onda della manifestazione di ieri è semplice, per qualsiasi politico, ma capovolgere la realtà e strumentalizzare la manifestazione e la rabbia dei lavoratori espressa ieri pomeriggio è un’impresa ardua. Ma non per questo non bisogna tentare. Negli interventi di ieri è apparso chiaro che molto di quello che sta accadendo è dovuto alle scelte sconsiderate di un Governo nazionale che non ha mai ammesso l’esistenza della crisi e con cadenza quasi settimanale, anzi, il Presidente del Consiglio annuncia che la crisi A) non tocca l’Italia; B) in Italia è più leggera; C) in Italia è già passata.

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Ecco Martina che lotta

Altissima la partecipazione alla manifestazione dei sindacati del tessile, che lanciano la sfida della ripresa del settore manifatturiero.

Made in Itali: Mobilitarsi Adesso Dobbiamo Essere Instancabilmente Numerosi Insieme Tutti Amministratori Lavoratori Imprenditori.

A parte la licenza poetica dell’acrostico, I al posto di Y, è in questo striscione appeso da alcune lavoratrici il senso della manifestazione svoltasi a Martina Franca durante la fiera detta “dei cappottari”. Ad integrazione, per rendere meglio l’idea del senso, bastava leggere sulla ringhiera intorno alla fontana in Piazza Roma o sullo striscione attaccato al Palazzo Ducale, rispettivamente “La città ha bisogno di noi – noi abbiamo bisogno della città” e “La giusta medicina non è il made in China”, entrambi della Filtea CGIL di Taranto, per rendersi conto che della situazione tutti hanno un quadro abbastanza chiaro. La crisi che da anni attanaglia il settore manifatturiero, moltiplicata per la crisi economica, unita alla tendenza non poco diffusa da parte di fette dell’imprenditoria di rivolgersi alla manodopera estera (cinese, rumena, albanese…) hanno reso il tessuto produttivo della Valle d’Itria quasi una landa desolata, fatta da operai in cassa o in mobilità e imprese che cadono stecchite ogni giorno.

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un momento della manifestazione

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Fumetti: i vampiri nascono a Martina Franca

Ecco la storia di Walter Trono, classe ’87 che espone tra i grandi

Sul suo blog racconta di come sia stato entusiasmante incontrare i suoi lettori che lo conoscono “solo” da cinque mesi, a Lucca, al LUCCA COMICS & GAMES 2009, una sorta di fiera italiana del fumetto, di cui il nostro giornale ha già parlato. Cinque mesi sono pochi, certo, ma se rapportati all’età complessiva, non si può non essere sorpresi e sicuramente compiaciuti che un ragazzo di 22 anni stia entrando non proprio dalla porta di servizio nel mondo del fumetto. Walter Trono, classe 87, nato e cresciuto a Martina Franca, Continue reading

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E adesso chi lo cuce il mantello di San Martino?

Manifestazione degli operai tessili a Martina Franca per chiedere alla città un sostegno e maggiore attenzione da parte degli amministratori

Un anno fa l’assessore alle attività produttive del Comune di Martina Franca, sentita sulla crisi tremenda in cui versava il settore a causa del collasso dell’economia globale, rispose che della crisi ne aveva sentito parlare, e che aveva in mente di organizzare al più presto un incontro con Confindustria. Nel frattempo però nella città circa 3000 lavoratori avevano perso il lavoro, o lo stavano perdendo, o comunque iniziavano a sentire puzza di cadavere. In un anno di lavoro sulla questione tessile non è stata spesa una parola che sia una da parte non solo degli amministratori locali, ma anche da parte di quell’opposizione che è stata sempre pronta a cavalcare gli asini, il piano carburanti e per un attimo, abbiamo temuto, anche il virus H1N1… Senza contare il PD, assente da se stesso dalla sua nascita, a Martina in particolare, ma che ci auguriamo partecipi numeroso mercoledì 11, se non altro per dare un sussulto all’encefalogramma.

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Il manifesto dell'iniziativa

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Il sindacato sta in campagna

Il fenomeno della raccolta del pomodoro e la campagna Oro Rosso della Flai – Cgil

(le foto sono disponibili qui)

La  Flai – Cgil batte la campagna foggiana palmo a palmo. La campagna “Oro Rosso” è ormai al nono giorno e con i paesaggi del Tavoliere ormai c’è una certa confidenza: le strade si intersecano ad angolo retto e, a parte il Gargano di paesini e santuari, i paesaggi sono piatti fino all’orizzonte, una distesa di campi e latifondi e lavoratori piegati. La delegazione sindacale è numerosa, per questo è divisa in due gruppi. La nostra colonna è guidata dal capolega Flai di San Severo e da alcuni militanti della stessa città: l’Opel si muove nelle strade di campagna zigzagando per evitare le buche e dal finestrino sventola orgogliosa la bandiera rossa della categoria. La prima sosta è ad una fermata autobus dove almeno quaranta ragazzi africani aspettano il passaggio per andare a Foggia a cercare lavoro. Siamo in aperta campagna, tra il capoluogo e San Severo. I ragazzi si sorprendono un po’ nel vedere una ventina di persone scendere dalle auto e avvicinarsi sicuri verso di loro, si guardano perplessi e impauriti. Ma si iniziano a distribuire cappellini per proteggersi dal sole, volantini in tutte le lingue dove si spiega quanto dovrebbero guadagnare al giorno secondo il contratto nazionale, quali sono i loro diritti, cos’è la Cgil. E non si dà nulla per scontato. Molti di loro vengono direttamente dai campi di identificazione ed espulsione, da Lampedusa. Catapultati nell’Italia estiva, afosa e repressiva, con i loro compagni si sono uniti alle decine di migliaia che lavorano ai pomodori. Un ragazzo parla francese e inglese, niente italiano. E si lamenta, ci dice, di non aver incontrato nessun italiano con cui poter comunicare in quelle lingue. Ci parla a lungo, si lamenta della paga, delle condizioni.

Arriva il pullman che li porterà a Foggia, senza dire una parola salgono, sollevati che la promiscuità col sindacato più grande d’Italia, e più fastidioso, per i padroni, sia finita.

In macchina, con Daniele Calamita, segretario Flai di Foggia, Lello Saracino, Tesfai Zemariam e Vito Di Bari, si discute naturalmente del caporalato, dell’iniziativa della Flai che quest’anno è alla terza edizione e che ha avuto l’appoggio della categoria e della Cgil regionale e nazionale. «Il problema è che la legge regionale sul lavoro nero non viene applicata» ci dice Lello Saracino della Cgil di Foggia «se lo fosse, il problema in gran parte si risolverebbe. È una legge che introduce l’indice di congruità, un concetto semplice ma molto efficace, soprattutto per l’edilizia e per l’agricoltura. Si fa una stima del tempo e del luogo dove si deve svolgere il lavoro e poi si quantifica il minimo di addetti necessari. Se ad esempio si devono raccogliere cento ettari di pomodori in dieci giorni, è chiaro che non posso assumere solo tre persone. Le associazioni datoriali, come Cia e Coldiretti si sono messi di traverso e la legge non viene applicata».

Nel frattempo autoarticolati carichi di cassoni vuoti ci superano, siamo nel pieno della raccolta dei pomodori e si vede.

La carovana si ferma in una grande casa bianca, mezza sembra un ufficio e mezza un’abitazione. Si vedono alcune persone in procinto di andarsene, nello spiazzo davanti un grosso camion pieno di cassoni vuoti. I delegati si avvicinano, chiacchierano e distribuiscono volantini e cappellini. Il padrone, italiano, pare abbastanza cordiale, ci racconta cosa fa e quali sono i suoi problemi. Il punto della questione è chi davvero si arricchisce dall’agricoltura, da dove viene il rincaro che permette ad un chilo di pomodori di passare da dieci centesimi per il produttore all’euro del consumatore. Poi si parla del lavoro degli immigrati e delle loro condizioni. L’italiano ci racconta che ospita i rumeni che lavorano per lui nei campi. Ma ha problemi, ci dice, la legge non lo aiuta: non capisce perché non può portare otto persone nella macchina. Dietro di lui infatti si sta consumando il grottesco spettacolo di otto persone che si ficcano in una vecchia station wagon bianca della Fiat a cui sono stati tolti i sedili posteriori. Otto persone schiacciate nel caldo dell’agosto pugliese, in un’auto che finge di essere un furgone. Tesfai Zemariam, il responsabile regionale per immigrazione della Cgil, interviene proponendo la ragionevole soluzione di fare più viaggi, invece che uno solo. La discussione degenera, perché si tirano in ballo le regolarità dei loro contratti lavorativi e le condizioni in cui lavorano. L’italiano allora decide che è arrivato il momento di mandarci a quel paese, ma in testa gli rimane il cappellino rosso della Flai “stesso sangue stessi diritti”.

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Secondo Felice di Lernia, presidente della Coop Sociale “Comunità Oasi2 San Francesco” di Trani, che da anni è sulle strade della provincia foggiana per conto della Regione Puglia nell’ambito del progetto “Le città invisibili”, le presenze quest’anno sembrano raddoppiate. «Il motivo principale è la crisi economica. Le fabbriche del nord che chiudono costringono migliaia di persone a scendere in Puglia d’estate a lavorare nelle campagne, ma il lavoro diventa sempre di meno anche qui in Puglia, a causa dell’avvento delle macchine. Le persone che contattiamo ci dicono che il momento migliore per lavorare è quando piove, perché il fango impedisce alle macchine di muoversi».

Intanto ci fermiamo in contrada Cicerone, vicino ad una chiesetta sconsacrata, ultima costruzione di una fila di case dell’Opera Nazionale Combattenti, uno strumento un tentativo fascista di urbanizzare le campagne. Ci sono un gruppo di ragazzi che oggi non lavorano. Invitano la delegazione sindacale a fare un giro. Dormono, alcuni in tenda, altri all’aperto e dal numero di indumenti appesi nel grosso stanzone che fa da tetto comune, le persone che incontriamo non devono essere che la minima parte di tutte quelle abitano lì. Su una panchina c’è una scacchiera e dei tappi di bottiglia rosa e rossi che fanno da pedine. Fuori, verso la strada, ci sono alcuni bagni chimici messi dal comune e tre enormi botti per l’acqua potabile. Vuote. Come lo è la chiesa, alta grande e fresca, ma che per rispetto, ci dicono, non viene utilizzata. Poco più avanti un imprenditore italiano chiacchiera dalla sua BMW con un ragazzo africano. Alle sue spalle una casa dell’ONC affollata di persone che anche oggi non hanno lavorato. Alla vista della Cgil, l’imprenditore inizia a ripetere la solita cantilena: crisi, agricoltura, costo all’ingrosso, costi al dettaglio, le paghe basse sono necessità. Massimo sei euro a cassone, da tre quintali, da cui si detraggono le spese per lo spostamento dovute al caporale.

Una storia che è diventata quasi parte integrante della narrazione pugliese, il mare del Salento, i trulli della Valle d’Itria e la raccolta dei pomodori a Foggia. Un fenomeno che secondo alcuni operatori sociali andrebbe analizzato anche al di là delle categorie con cui si è soliti riflettere del problema. La raccolta dei pomodori, vetrina di un fenomeno che dura tutto l’anno e in diverse località d’Italia, è il simbolo dello sfruttamento ma racchiude un mondo che probabilmente si evolve secondo altre metriche da quelle classiche. Un fenomeno che da qualche anno ha stimolato positivamente tutti i soggetti tenuti ad occuparsi della questione, enti locali, privato sociale e forze sindacali, ma che nonostante gli sforzi rimane abnorme. Forse la sinergia tra i soggetti operanti sul territorio andrebbe implementata, favorendo il passaggio di buone prassi e di contenuti, e lo scambio di esperienze. Che rimane comunque sentito da tutta la Cgil: basti pensare che all’operazione Oro Rosso partecipavano delegati da 18 regioni, da Bolzano alla Sardegna. Una delegazione che in dieci giorni ha percorso 8000 km, ha contattato quasi 5000 persone e visitato 150 aziende agricole.


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Il buon affare dei misteriosi africani di Martina Franca

Questo articolo è stato pubblicato sull’Almanacco Clandestino di Carta il 10 Aprile 2009. Tre giorni dopo, a Pasqua, sulla Gazzetta del Mezzogiorno esce un interessante reportage sulla stessa vicenda, ma dai toni nettamente diversi.

Riteniamo importante segnalare che da quando l’articolo è stato redatto a quando è stato pubblicato la Croce Rossa si è fatta carico del documento di viaggio.

Ecco l’articolo di Carta

Quando arrivarono a Martina, ognuno aveva le proprie teorie su chi potessero essere. Alcuni dicevano fossero dei giocatori stranieri venuti in trasferta, per il calcio o per la pallavolo. Altri dicevano fossero turisti oppure studenti in gita. Nessuno aveva un’idea precisa: sarà perché erano vestiti uguali, sarà perché erano per la maggior parte giovanissimi oppure sarà stato perché le amministrazioni non hanno fatto nessun cenno alla cittadinanza riguardo questa novità. Ad un certo punto di fine ottobre ci siamo trovati in casa cento ragazzi spaesati che non sapevano dove fossero, in mezzo a persone che non sapevano chi fossero. L’unica certezza era che alloggiavano presso l’Hotel Dell’Erba, struttura alberghiera a tre stelle, che di solito ospitava congressi e qualche turista di passaggio. Attraverso i giornali si è scoperto che, a causa dell’ingente numero di sbarchi a Lampedusa, i posti nei centri di accoglienza erano terminati e il Governo, tramite le Prefetture, aveva stretto accordi con strutture private per ospitare i richiedenti asilo. In provincia di Taranto, Federalberghi aveva messo a disposizione due strutture, una a Castellaneta Marina e una, il Dell’Erba, a Martina Franca, la prima gestita dalla Caritas e la seconda dalla Croce Rossa.

La presenza dei cento africani a Martina Franca non si fa notare, fino a quando a metà dicembre il gruppo degli eritrei non organizza una manifestazione spontanea in piazza, con cartelli scritti in un italiano approssimativo, in cui chiedevano la possibilità di avere un «pocket money», oppure schede telefoniche e sigarette e, soprattutto, notizie riguardanti la loro richiesta di asilo.

La manifestazione dura pochi minuti, il tempo che intervengano le volanti della polizia per scortarli poi nell’albergo. La notizia si sparge e in breve viene convocata una conferenza stampa all’interno del centro per chiarire che le cose vanno nel migliore dei modi, e che la manifestazione è stata causata dalla pretesa degli ospiti di ottenere cose che non spettano loro. Chi parla è Domenico Maria Amalfitano, presidente del comitato provinciale tarantino della Croce Rossa, ex parlamentare DC, che spiega che la presenza e i servizi ai richiedenti asilo presso il centro di Martina Franca, sono regolati da una convenzione tra la Croce Rossa e la Prefettura di Taranto, che l’hotel è temporaneamente trasformato in Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo [CARA] e che si stanno muovendo per dare agli ospiti tutto quello che serve perché possano sentirsi accolti. La prima cosa è l’assistenza sanitaria, attraverso una convenzione con la ASL. Nonostante la legge italiana lo preveda a prescindere. Tutt’apposto dunque, ci assicura il presidente, la protesta – secondo lui – nasce da un’incomprensione da parte dei ragazzi che pretendono cose che non sono previste dalla convenzione.

Questa parola, “convenzione”, in questa storia riemerge sempre più a sostituire il termine “legge”: i servizi sono offerti secondo la “convenzione”, i corsi di italiano sono fatti perché lo prevede la “convenzione”, i vestiti sono acquistati in base alla “convenzione”. Nessuno parla di legge, ma di un accordo di cui è difficilissimo entrare in possesso, magari solo di sfuggita per una rapida occhiata, giusto per capire quali sono i diritti degli «ospiti» dell’albergo. L’unica cosa che si comprende è che tutto quello che sta accadendo è di natura straordinaria ed emergenziale, ma anche che traccia un orizzonte di cambiamento nel sistema dell’accoglienza dei migranti.

Secondo i dati forniti dall’Anci nel dicembre dello scorso anno, i richiedenti asilo in Italia nel 2008 erano quasi 27 mila, triplicati rispetto a tre anni prima. Questo significa che il sistema di protezione ed inclusione che comprende i centri di prima e di seconda accoglienza, i centri di accoglienza per richiedenti asilo (C.A.R.A.), tutto il sistema dello S.P.R.A.R., non è sufficiente a rispondere all’incremento della domanda. Per questo, con il decreto del 12 settembre 2008, il Ministero dell’Interno estende lo stato di emergenza per l’eccezionale afflusso di migranti a tutto il territorio nazionale e, attraverso un’attenta ricerca sul territorio, individua circa 60 strutture da destinare a centri di accoglienza per un totale di 10.488 posti, tra cui Martina Franca e Castellaneta Marina. Nella maggior parte dei casi, questi centri sono strutture alberghiere messe a disposizione dalla categoria e dati in gestione a enti ecclesiastici e laici. Il provvedimento non è un’improvvisazione, ma sembra il rispolvero di un progetto del 1999 chiamato “Azione comune”, che aveva come capofila il CIR e come partner, tra gli altri, ACLI, Caritas, CTM – Movimondo, CISL, UIL, come finanziatori la Commissione Europea e il Ministero dell’Interno, e come obiettivo l’accoglienza dei richiedenti asilo che facevano richiesta nel nostro paese. All’epoca i numeri non erano quelli di oggi e l’esperienza di accoglienza non era ancora strutturata. Il progetto prevedeva l’accoglienza in piccoli o medi centri, assistenza sanitaria e consulenza psicologica e sociale. Proprio quello che accade nell’albergo. Ma se il progetto “Azione comune” si è poi evoluto nel sistema S.P.R.A.R., l’ordinanza del Presidente del Consiglio del 12 settembre rappresenta un evidente passo indietro.

Ad ascoltare le opinioni dei ragazzi ospitati, le mancanze da parte dell’ente gestore sono evidenti. «Non siamo animali», ci dice uno di loro, «non abbiamo bisogno solo di mangiare e di dormire». Altri invece sono convinti che la Croce Rossa si metta in tasca tutti i soldi che invece spetterebbero agli ospiti. Una convinzione scaturita dal fatto che i richiedenti asilo ospitati a Martina Franca hanno potuto comparare la loro condizione con le esperienze pregresse di amici o parenti già presenti in Italia. Non solo dormire e mangiare: «I nostri diritti sono altri», ci continua a dire il ragazzo con cui parliamo, «vogliamo sapere a che punto è la nostra pratica presso la commissione, parlare con persone esperte. Se chiediamo alla Croce Rossa, l’unica risposta è:non lo so».

Dice Enzo Pilò, dell’associazione Babele di Grottaglie, che gestisce il progetto per la rete SPRAR “Passi di donna”, che ha verificato più volte le condizioni del centro di Martina, che la mancanza più evidente è rispetto all’informazione legale: i ragazzi non sanno nulla di quello che chiederà loro la commissione territoriale, che documenti avranno, cosa prevede la legge italiana, e soprattutto non sanno che fine faranno. La Croce Rossa sostiene che l’informativa legale è stata fatta, e che un avvocato sta anche seguendo le pratiche dei ricorsi ai dinieghi. Che tipo però di informazione non lo dice, ma può essere ricostruito quanto accade confrontando ciò che dice la convenzione e quello che è stato fatto. Il documento firmato dalla Prefettura e dall’ente gestore prevede che, a parte i bisogni fondamentali, l’ente preveda anche all’assistenza sanitaria, psicologica, sociale e legale e soprattutto ad un servizio di mediazione culturale. Cosa che effettivamente avviene all’interno del centro, ma tutto fatto dai volontari della Croce Rossa e non da personale esperto o qualificato. Una ragazza che parla inglese diventa la mediatrice e un volontario che è avvocato spiega la legge sull’asilo. Una legge che dovrebbe essere distribuita all’arrivo nel centro in almeno cinque lingue diverse e che invece i ragazzi hanno avuto solo in italiano: «Ho avuto questo», ci dice un ragazzo eritreo indicando il malloppo della legge italiana sull’asilo , «ma non so cosa sia».

Dalla convenzione si evince che la spesa giornaliera per ciascun ospite è di circa cinquanta euro, qualcosa in più rispetto allo standard dei centri di accoglienza. Con questa somma l’ente dovrebbe pagare la struttura che ospita, i servizi minimi e quelli previsti dalla convenzione. L’uso del denaro però, è molto discrezionale, sulla convenzione non c’è nessun riferimento a quanto spendere per quale tipo di servizio. L’unica cosa certa è che l’Hotel Dell’Erba è molto caro ma, a quanto afferma la dottoressa Distani, capo di gabinetto della Prefettura tarantina, l’urgenza con cui il ministero ha chiesto di trovare le strutture adatte, non ha lasciato scelta. Per il resto c’è una totale libertà, con l’obbligo però della rendicontazione. Di questo ne siamo certi perché la Caritas di una parrocchia locale, si era proposta di procurare ai richiedenti dei vestiti. La risposta della Croce Rossa è stata che o erano nuovi oppure sigillati, altrimenti niente. A seguito della protesta di dicembre, a cui poi ne è seguita un’altra, dopo poco più di dieci giorni, per gli stessi motivi, la Croce Rossa ha deciso di dare piccole somme di denaro a ciascuno degli ospiti. A Natale hanno avuto quindici euro, un regalo che di tanto in tanto, senza una scadenza fissa, si ripete.

La situazione di precarietà ha prodotto delle reazioni da parte dei richiedenti asilo. A parte le manifestazioni, alcuni di loro si possono vedere in giro a Martina a fare la colletta per le sigarette, a cercare di ottenere informazioni, oppure un lavoro. In maniera diversa, anche a seconda della nazionalità, molti si sono arrangiati. Alcuni dei ragazzi del Bangladesh hanno trovato lavoro presso i fruttivendoli ambulanti, qualcuno invece vende ombrelli o borse per strada. Sull’argomento, le parole del responsabile per la Croce Rossa del centro, che ama presentarsi come colonnello Calò, sono emblematiche: “Questo è un buon ammortizzatore sociale”. Nel frattempo però alcuni di loro hanno ottenuto il riconoscimento, chi di rifugiato chi invece l’asilo politico. Il passo successivo è quello dei documenti, di cui uno fondamentale: il documento di viaggio. Esso sostituisce il passaporto e permette loro di viaggiare. Per averlo però bisogna sborsare una cifra, tra fotografie, bolli e bollettini, di più di sessanta euro. Denaro di cui è difficile che i rifugiati siano in possesso. A questo punto, secondo la prassi, l’ente gestore del centro, si accolla le spese e si prodiga a fornire informazioni. A Martina questo non è accaduto, ed è il colonnello Calò a dare una spiegazione: “Mica questa è un’agenzia di viaggio”. Per le tasse sul permesso di soggiorno invece, solo l’intervento della Prefettura ha fatto sì che fossero accollate all’ente gestore.

Poi ci sono le informazioni. La Croce Rossa sostiene di aver svolto appieno il ruolo, dichiarandosi sempre pronta a fornire agli ospiti spiegazioni e consigli. A parte la buona volontà dei volontari, questo però non spiega come mai i richiedenti asilo si sono presentati in tutti gli uffici di Martina a chiedere cosa si fa, come si fa e quando si fa, rispetto alle pratiche di richiesta di permesso di soggiorno. Sono stati più volte alla Cgil, che si è attivata prontamente, poi alla Cisl. Infine hanno trovato in un’ispettrice di polizia, che li ha presi in simpatia, una porta sempre aperta per tutte le notizie necessarie. Ma non basta. E questo lo si vede appena si arriva davanti al cancello che separa il CARA dal resto del mondo. Si crea un capannello immediato di gente che in un inglese con diverse sfumature chiede notizie, informazioni, rassicurazioni.

La convenzione è stata rinnovata di altri due mesi. Fino al 31 maggio. Poi nessuno sa che cosa accadrà, dato che i centri di seconda accoglienza sono pieni. Nessuno sa fornire una risposta, non la Prefettura che aspetta notizie dal Ministero, non la Croce Rossa che aspetta notizie dalla Prefettura. Di certo rimane che l’esperienza è stata tanto «bella» che Amalfitano pare sia in cerca nel territorio di Taranto di una struttura da trasformare in un centro di accoglienza professionale.

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