Nominando i domini. Dominando i nomi.

Accade che hai un’idea in testa e prima ancora che riesci a metterla giù per iscritto, ti metti a digitare su Google il nome del sito che vorresti fare, o del progetto e ti accorgi che sono tutti occupati. In un mondo online dominato dai SEO e dagli aggiornamenti degli algoritmi dei motori di ricerca, possedere il nome giusto per il sito giusto per l’idea giusta è quasi più importante del progetto stesso, secondo la logica per cui bisogna ragionare come l’utente che ti cerca, tentando di intuire le parole che cercherà su Google. Una logica che se da un lato favorisce la chiarezza dall’altro ammazza la fantasia. Con Officina Narrativa accade la stessa cosa. Quando ho aperto il blog, il sottotitolo era “traduzioni sul crinale della decadenza”, facendo riferimento allo scopo del blog che era ed è, quello di “tradurre” le notizie per renderle comprensibili a chiunque, meglio ancora, di declinarle al luogo, al tempo e alle persone a cui mi rivolgo. Quello che è accaduto, all’epoca digiuno di SEO e SEM, è stato che Officina è stata associata ai servizi di traduzione.

Ok, colpa mia.

Però la riflessione è spontanea: i motori di ricerca quanto contribuiscono all’appiattimento linguistico e conseguentemente semantico? Quanto la ricerca per essere i primi nelle SERP ci induce a rinunciare a sfumature e figure retoriche, preferendo il grassetto alle subordinate? (un argomento talmente spinoso da meritare di essere trattato con calma in seguito).

La seconda riflessione è politica: i domini, nomen omen. La libertà di acquistare il dominio torte.it mette automaticamente in una posizione migliore coloro che ce l’hanno, regalando quasi un pezzetto stesso del concetto. Nomen omen: chi ha più diritto di possedere il nome torte.it? Chi arriva prima o chi ha più disponibilità economica?

Foto di repertorio

La Gazzetta del Mezzogiorno.it forse ha una carenza di foto di repertorio, dato che ha pubblicato la foto del giornalista dell’Espresso Fabrizio Gatti per corredare l’articolo sulle novità della vertenza dei braccianti della masseria Boncuri. La foto è tratta da famosissimo servizio del reporter in cui si è finto un migrante clandestino di origini curde di nome Bilal (che poi è diventato un libro), che ha in qualche maniera contribuito a squarciare il velo di omertà sulla vicenda dei lavoratori stagionali nelle nostre campagne.

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Strage di Oslo: colpa di Call of Duty (e Marilyn Manson)

Immagine liberamente tratta da www.fpsteam.it

Il Tg1 continua a mantenere saldo il suo stile tipico del giornalismo d’inchiesta: qualche decina di secondi di un servizio montato con scene di videogame e di musica metal per raccontarci, in sintesi, che se Breivik ha ucciso, lo ha fatto perchè appassionato di Call of Duty:  “un mondo virtuale in cui la musica e il sangue finto annullano la percezione del dolore e della morte”.

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Il servizio non l’ho visto in diretta, il Tg1 non riesco più a guardarlo, ma Pino Bruno ha fatto in modo che non passasse inosservato.

Questa tesi pare sia stata sposata anche dalla Binetti, che l’ha esposta durante il programma KlausCondicio di Klaus Davi (ne dà notizia il sito Ludomedia):

“Noi facciamo limitazioni nella vendita di alcolici e di sigarette ai minori. Sulle confezioni ci sono le indicazioni che chiariscono i danni alla salute (i videogiochi sono un danno per la salute? ndr.). E’ evidente che i limiti sono aggirabili, ma abbiamo almeno cercato di proteggere chi è più esposto. Di dare cioè un segnale, assumendoci la responsabilità. Aumentare il livello di prudenza è un obbligo morale. Questa è una della cose più importanti di cui si dovrà occupare il costituendo Garante dell’Infanzia, cioè la prevenzione; che non va intesa come censura, come limitazione delle libertà individuale, ma come una misura di prevenzione che garantisce la libertà di molte altre persone”

Questa tesi porta con sè diversi livelli di lettura:

Il primo riguarda il concetto di responsabilità: pensare che un videogioco o un genere musicale siano capaci di influenzare o di svolgere un ruolo pedagogico, significa voler volutamente e malignamente distogliere l’attenzione da dinamiche ben più imbarazzanti da spiegare. Breivik ha scritto un memoriale lunghissimo in cui spiega per filo e per segno la sua intenzione e la sua ispirazione, la sua appartenenza a ideologie di destra estrema, di cui comunque la Scandinavia è da sempre incubatrice. La strage di Oslo racconta sì di uno psicopatico che è riuscito a fare un po’ quello che voleva per un’oretta, ma è simbolo di una sottovalutazione generale di alcune radicalizzazioni. Il proselitismo di movimenti xenofobi e di estrema destra è più capillare di quanto si pensi ed è anche alimentato e in qualche modo legittimato da scelte politiche ufficiali (vedi in Italia le leggi sull’immigrazione) o da dichiarazioni di rappresentanti politici da TSO.

Il secondo livello di lettura riguarda invece la responsabilità sociale dei media: alla base delle farneticazioni razziste e naziste di Breivik, ci sono l’odio e la paura alimentati da un sistema mediatico che non racconta il diverso e indica nell’altro la responsabilità di qualsiasi cosa di brutto accada, come ad esempio la prima pagina de Il Giornale che indicava negli estremisti islamici i colpevoli della tragedia. Quanto accaduto in Norvegia è il risultato di anni di martellamento mediatico contro i migranti, contro i diversi, contro tutto ciò che in qualche maniera mette in discussione l’etnocentrismo occidentale. Il servizio di Virgina Lozito del Tg1, una giornalista di Ginosa che dice ispirarsi al reporter americano Walter Lippmann (qualche dubbio mi pare legittimo), è un fiume di stereotipi e di clichè, vomitati senza soluzione di continuità verso un pubblico il più delle volte diseducato e già preparato ad assorbire i concetti semplici del servizio. Un pubblico che è pronto a prendere per vero quanto dice il Tg1 perchè è il Tg1 e perchè il servizio racconta di uno scenario verosimile, concreto, in cui tutti possono ritrovarsi: il figlio o il nipote che giocano con i videogame piccoli terroristi in miniatura pronti a far fuori chiunque. Un servizio pericoloso, criminale, perchè diffonde notizie non verificate perchè non verificabili, una pappa pronta da servire a persone diseducate ai media, ma assuefatti alla estrema semplificazione che essi fanno del mondo che ci circonda. C’è una strage? Sono stati i musulmani. Il terrorista è biondo e con gli occhi azzurri? Allora è colpa di Call of Duty (e un po’ di Marilyn Manson).

Infine l’autrice del servizio dimostra di non sapere nemmeno di cosa sta parlando: Call of Duty è un videogioco in cui i nazisti vengono cacciati, non addestrati.

Carlo Giuliani.

“Quando dallo stadio vidi muoversi quel fiume di persone, quella moltitudine colorata, allora pensai che forse davvero qualcosa si poteva fare, che un mondo migliore poteva esistere.” Uno che a Genova c’era.

Poi il mondo crolla con un colpo in testa.

Non fiori sulla tomba, ma l’appello di Wu Ming per quei giorni.

Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero

e verso Genova (19-21 luglio 2001)

Noi siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre.

Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto “dignità”. In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone l’ordine dell’Impero, immiserisce le comunità.

Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei Cent’anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.

Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio non lo potevano fermare.

Siamo i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: “Quando Adamo zappava ed Eva filava / chi era allora il padrone?”. Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II° molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.

Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell’anno del signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni di guerre e crociate.

Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò ad Hans e disse:

“Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possederà più del suo vicino.”

Arrivammo il giorno di S. Margherita, una candela in una mano e una picca nell’altra. La Santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale Imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della Santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.

Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.

Siamo i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in tutto il paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Muentzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: “Tutte le cose sono comuni!” dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici Articoli fecero tremare i potenti d’Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Muentzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.

Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. “Diggers”, ci chiamarono. “Zappatori”. Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.

Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.

Siamo l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e conestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:

“Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventacorvi? O semplicemente attuerete uno sterminio?… Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?”.

Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell’anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del Capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.

Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, FMI, WB, WTO, NAFTA, FTAA… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empii che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.

Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.

Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova.

Penisola italica.

19, 20 e 21 luglio

di un anno che non è più di alcun Signore.

 

I segreti della Casta di Montecitorio: svelata l’identità della gola profonda

Scherzo, ovviamente.

Anche perchè non ci importa chi sia, ma che le cose che dice siano vere. O meglio che ci sia un attimo una crepa in quel sorriso di vetro di chi vota leggi finanziarie e non sa quanto costa un chilo di pane. Forse è questo il problema: quanto costa il pane e quanto prendo di stipendio. E il fatto che queste due cifre vengono stabilite da persone che forse non sanno nemmeno dove si compra il pane.

Eppure questo Spider Truman ha rotto una consuetudine, non solo facendo esplodere il caso dei privilegi di chi legifera, ma anche facendo venire a galla i nostri peggiori bassi istinti. Il primo fra tutti quell’invidia malcelata dietro “secondo me è un’operazione di Beppe Grillo“, oppure “sarà un teaser per un libro sui politici”.

Rimane che tutto questo è stato fatto per vendetta, e questo non mi piace troppo, anche perchè ha aspettato 15 anni per parlarne.

Eppure, che sia o no genuino, Spider Truman sta svolgendo un servizio per la comunità, cosa che schiere di giornalisti troppo pieni di sè non hanno mai fatto. Certo, ne hanno parlato Rizzo e Stella, ma quello era un libro, e i commenti scritti a matita sul bordo della pagina non possono essere condivisi.

Infine, l’ultima cosa, che mi piace di più, è un piccolo volo pindarico sul nome: Spider Truman. Spider come supereroe o come ragno? Dipenderà dalle tele che è riuscito a tessere o da un riferimento alla sua vera identità? Oppure perchè pensa di essere un supereroe? E poi quel Truman, che poco spazio lascia alla riflessione: lo strappo nel cielo di carta svela un po’ che siamo tutti protagonisti nostro malgrado, dello stesso, misero, show.

I segreti della casta di Montecitorio

Facebook stamattina ha portato una grossa novità: un precario incazzato, licenziato dopo 15 anni di lavoro a Montecitorio ha deciso di vuotare il sacco sui privilegi e le furberie dei nostri rappresentanti politici: ha aperto un blog (I segreti della casta di Montecitorio) e una pagina sul social network, il cui numero di fan cresce di centinaia nel giro di pochi secondi (adesso sono 39.567, vedremo quanti saranno alla fine del pezzo).

L’operazione è interessantissima, lo svelamento dei vizi e delle virtù dei deputati, i privilegi svelati ad un popolo incazzato educato da anni di crisi e da due decenni di voglia di giustizia.

Un’iniziativa che arriva dopo che è stata approvata la manovra finanziaria che prevede tagli per le classi meno privilegiate e il mantenimento dei bonus per i politici.

Non si può ancora dire se è reale o uno scherzo, però, nel dubbio, ho scritto questo post affichè rimanga traccia del tentativo coraggioso di rompere gli schemi e raccontare cosa accade nel Palazzo.

(Adesso i fan sono 43.153!)

Maroni e Ezio Mauro ci spiegano chi sono i black bloc

Mentre scrivo c’è in diretta la conferenza stampa del Movimento No Tav: della giornata di ieri è stato omesso il 95%, mentre (ovviamente aggungo io) è stato raccontato dai Tg solo il 5% della manifestazione. Il portavoce del movimento riporta le dinamiche che accadono lassù in montagna e che a noi, con i piedi a mollo tra l’Adriatico e lo Jonio potrebbero sfuggirci. Abbiamo visto nei tg di ieri lanci di sassi e lacrimogeni, polizia e manganelli, passamontagna e sciarpe. Per chi se lo ricorda, abbiamo visto una diapositiva di quello che dieci anni fa succedeva sempre nel nordovest d’Italia, dalle parti di piazza Alimonda. Eppure noi non ci siamo stati ieri, lassù in montagna, eppure abbiamo visto immagini che sappiamo non corrispondere a verità. Sappiamo che la Tav rappresenta il crocevia di interessi strategici, un pozzo di San Patrizio di denaro pubblico da riversare nelle tasche di pochi, sacrificando boschi e territorio. Lassù in montagna si sono scontrati due mondi, due visioni, due società, un po’ come raccontava il cartone animato Galaxy Express 999, due specie di esseri umani: chi ha può permettersi di avere un corpo meccanico e chi invece no.

Ma non voglio essere retorico e parlare di qualcosa a cui non ho partecipato fisicamente. Ci limitiamo a quello che tenta di fare di solito Officina, cioè l’analisi del racconto dei fatti.

Ieri le prime pagine dei tg nazionali riportavano la notizia degli scontri in Valsusa, delle decine di poliziotti feriti e di qualche manifestante contuso. Subito a commento della scarsa notizia (qui c’è il commento di Maroni, e qui l’identikit dei black bloc da parte del Tg1) le opinioni dei politici, tutti concordi alla condanna della violenza, da destra a sinistra.

In questo racconto però, non emergono i fatti. Anzi, così come viene narrata, la notizia è che un gruppo di manifestanti con competenze militari hanno preso di mira i cantieri della Tav. Non emerge per nulla il fatto che ieri c’è stata una manifestazione nazionale a cui hanno partecipato decine di migliaia di persone. Non emerge che in Val di Susa si stanno fronteggiando due modi diversi di intendere il futuro dell’uomo e della società. Non emergono i motivi del no, non emergono gli interessi del sì.

Se non fossimo dotati di strumenti di condivisione e di informazione p2p la conoscenza del fenomeno sarebbe ridotta all’opinione di Bersani o di Maroni, alle urla di Grillo, alle veline di Minzolini. Ma fortunatamente apriamo Facebook e scopriamo video e testimonianze, percorriamo tramite i link la rete e scopriamo articoli e racconti diversi. Non conformi, non allineati. La rete viene in soccorso al cittadino vittima di un pauroso deficit di informazione, che si manifesta in titoli su quattro colonne che condannano le proteste, che prendono spunti dai sassi lanciati per liquidare la volontà dei cittadini a vagiti di ignoranti.

Qui su Officina ci limitiamo a raccontare il racconto, che in questo caso pende solo da una parte: media nazionali che occupano gli spazi che disegnano realtà fittizie, mentre la conversazione, la nuvola delle informazioni invece pende dall’altra. Se non ci informiamo dagli arabi, meglio utilizzare Youtube.

La video notizia su Al Jazeera

[youtube=http://www.youtube.com/v/Hp0oAKHGxfw]

Il racconto di un manifestante

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=ZDy8M8hS3Cg&feature=share]

Gli immigrati non puzzano uguale

Dopo l’intervista ad Atsuko, mi ha contattato un amico per chiedermi se poteva essere in qualche modo utile nei confronti delle vittime della catastrofe giapponese. Vedere la condizione in cui sono ridotte le città e il rischio di un’esplosione nucleare ha sicuramente toccato le corde solidali di molti di noi. Non avendo disponibilità economiche, questo amico ha messo a disposizione un’abitazione per una famiglia numerosa. Gli ho risposto di non sapere come o cosa fare, o a chi far arrivare la richiesta, ma che mi era molto più semplice metterlo in contatto con qualcuno che lavora con i profughi o i richiedenti asilo africani. Immediatamente questo amico ha ritirato l’offerta, giustificandosi col fatto che le radiazioni nucleari sono ben altra cosa rispetto ai problemi africani.

Vero. Una centrale nucleare è evidentemente più pericolosa di un dittatore impazzito. La prima uccide indiscriminatamente, il secondo sceglie con cura i suoi bersargli.

L’episodio però offre uno spunto di riflessione serio: gli stranieri non sono percepiti tutti alla stessa maniera. Se quest’affermazione può sembrare ovvia, non farebbe male rifletterci su…

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Qui Giappone, tra il rischio nucleare e la normalità quotidiana

Atsuko è una ragazza di Osaka, in Giappone, una città nella zona centro-meridionale del paese, abbastanza lontano dalla zona colpita. Parla bene l’italiano, e abbiamo avuto la fortuna di intervistarla tramite un giro di mail. Le sue risposte risalgono a ieri 16 marzo e tracciano un quadro della situazione più completo rispetto a come siamo stati abituati a vedere in questi giorni. Prima di tutto si sorprende di come trattano la questione i media italiani, che secondo lei esagerano, rispetto ai media locali che comunque, tendono a contenere la situazione. Poi spiega che la sua quotidianità non è stata assolutamente stravolta e risponde anche a qualche domanda sul nucleare, sperando che quello che sta accadendo a Fukushima non influenzi la nostra decisione referendaria.

Di seguito l’intervista completa.

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