Youtube e il citizen journalism con l’aiuto di News Corp

Secondo il gigante america, ci sono 5 milioni di ore di filmati di notizie caricati amatorialmente sul sito. Cioè 10 milioni di edizioni di tg.

Perchè non sfruttarli come notizie vere e proprie, grazie all’aiuto di esperti? Ecco che viene creata l’agenzia video Newswire. Come si legge dall’ANSA, poi ripresa da Prima Comunicazione:

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La voce del mattone

Questo articolo è stato pubblicato lunedì 9 gennaio su Siderlandia, nella rubrica Officina Narrativa

Accade che a Martina Franca la Procura metta sotto sequestro un area boschiva e un cantiere edilizio in cui stavano per essere costruiti 44 appartamenti, tredicimila metri cubi di cemento colato in una pineta in cui esiste un’antica neviera. L’accusa dice che l’ex dirigente dello sportello unico per l’edilizia avesse dichiarato che l’intervento era solo per ristrutturare costruzioni già esistenti (mentre nella pineta c’erano solo pini e pigne) e che quella era un’area in cui si poteva comunque costruire, in barba al Piano Particolareggiato, scaduto nel 2000.

La solita storia, penserà il lettore: l’imprenditore che unge le ruote amministrative e il dirigente corrotto che, pur di permettersi il Suv, accetta di favorire questo o quello. Ma a questo bisogna aggiungere che l’imprenditore, forse il più noto di Martina Franca o, almeno, quello che da dieci anni condiziona l’economia locale, ha chiamato a raccolta il suo ufficio stampa e ha deciso che la miglior difesa è l’attacco, soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione, anche quelli sociali.

Premettiamo che le indagini sono ancora in corso e sappiamo benissimo che il risultato può essere qualunque. Ma a noi preme evidenziare la strategia messa in atto dal noto imprenditore per difendersi, almeno pubblicamente.

Il signor G, chiamiamolo così, occupa nell’immaginario locale uno spazio predominante: viene considerato “temuto” o “invidiato”; sicuramente tutti, ma proprio tutti i cittadini sanno cosa fa e quali sono o sono state le sue frequentazioni. Si era sempre tenuto alla larga dalle dispute di paese, almeno non era mai intervenuto mettendo la sua faccia. Questa volta è però cambiato qualcosa. Innanzitutto dopo il sequestro le due più note testate locali si schierano al suo fianco (e questo non ci deve sorprendere); poi invia una lettera in cui si scaglia contro le associazioni ambientaliste, colpevoli, secondo le sue parole, di prendersela con lui a prescindere, manovrati da qualcuno che ha altri interessi. La politica, infine – colpo di genio della lettera pubblicata ovviamente per intero – è la causa di tutti i mali nella cittadina della Valle d’Itria.

Altro giro, altra corsa. Sui social network i rappresentanti della associazioni fanno notare che non c’è nessun disegno politico e, soprattutto, non hanno i mezzi per condizionare le scelte della magistratura. Facebook è uno strumento potentissimo e chi sa utilizzarlo può determinare anche il cambiamento di umore di una comunità. Esistono però delle regole precise. In primo luogo la fiducia, che ognuno sia quello che dice di essere e che si metta in gioco in prima persona. Su Facebook Obama ha gli stessi mezzi dell’ultimo bambino che costruisce giocattoli nelle fabbriche cinesi. A differenza di una testata in cui la redazione sceglie cosa pubblicare o no, sul social network tutti possono commentare e tutti possono pubblicare. Non ci sono limiti, non ci sono privilegi, non ci sono differenze di censo, casta o classe.

Il sig. G. decide di intervenire nella discussione, utilizzando un account di un amico che scrive una lettera minatoria nei confronti di chiunque osi criticarlo, facendo pesare il suo ruolo nell’economia e il fatto che è chiaro, secondo il noto imprenditore, che l’attacco è chiaramente politico. La pineta storica era una discarica a cielo aperto, tanto vale la pena costruirci sopra 44 appartamenti (stessa linea seguita pedissequamente da alcuni giornali locali). Il primo aggiornamento di stato inizia così:

“Caro Sig. P.,
sono un amico del Sig. G. che mi ha chiesto di utilizzare il mio
profilo, non avendone lui uno proprio in quanto non ha il tempo per dedicarsi ad altre attività, essendo la sua giornata già ricca di impegni legati alla sua attività imprenditoriali. questo è il suo messaggio…”

Sintesi del messaggio: mi prendo cinque minuti dal mio lavoro, sicuramente più gratificante del tuo, per scriverti su un mezzo che non uso perché, appunto, non ho tempo da perdere. Il messaggio continua spiegando le sue ragioni e tentando, goffamente, di stabilire un dialogo con la parte opposta. Scegliere di intervenire in prima persona nell’agone non può che significare che le relazioni si sono indebolite e che non ci sono più quelle dinamiche che permettevano ai problemi di risolversi, ahem, con una stretta di mano. Il sig. G. ci mette la faccia, lo fa a modo suo. Tende la mano, sembra almeno, ma alla fine dedica al suo avversario una poesia:

“LA VITA CHE NON VIVE”
GLI UOMINI PERDONO LA SALUTE PER ROMPERE LE SCATOLE A CHI LAVORA…
POI PERDONO I SOLDI PER GUARDARE IL SUCCESSO DEGLI ALTRI…
GLI UOMINI PENSANO ANSIOSAMENTE AL FUTURO DEGLI ALTRI… E SI DIMENTICANO IL
LORO FALLIMENTO…
GLI UOMINI VIVONO MALE PER LA RICCHEZZA DEGLI ALTRI E NON SI ACCORGONO CHE IL
LORO SEMINATO STA BRUCIANDO…
GLI UOMINI DIVENTANO INVIDIOSI E CATTIVI PUR DI ESSERE PROTAGONISTI…

Parole che potrebbero dimostrare che il sig. G. non concepisce per nulla la possibilità di amare tanto un territorio da volere la sua tutela al di sopra di ogni cosa e non concepisce azioni politiche o di protesta se non per invidia nei confronti del successo altrui.

Potremmo dire al sig. G. che molti di noi lavorano notte e giorno per superare sé stessi e non gli altri, potremmo dire che nessuno di noi ha mai invidiato la sua condizione. Potremmo anche dire comprendiamo il suo stato d’animo ma che dovrebbe dotarsi di spin doctormigliori, addetti stampa che utilizzino il cranio non solo per coniugare il congiuntivo.

Potremmo dirlo, ma non sappiamo come fare, dato che è l’esempio del potere che parla per interposta persona, si relaziona solo con chi non gli dice mai no, che decide di interloquire solo se non viene interrotto.

A noi sembra che, grazie ai mezzi di comunicazione 2.0, le dinamiche del potere debbano inventarsi nuove strategie, non potendo ridurre al silenzio e non potendo pretendere compiacimento. Scrivere per interposta persona su Facebook significa pretendere di forzare un quadrato in uno spazio rotondo, ostentando una superiorità che non vuole scendere a patti, che considera le persone o merci o serve, per cui avere un account su Facebook significa non avere nulla da fare. Eppure il messaggio della lettera sembra andare oltre le parole. Sembra tentare di ribadire la volontà di controllo che non può esserci (almeno non in maniera così goffa e feudale) sui nuovi mezzi di comunicazione. Noi ci confrontiamo, urliamo, ci offendiamo, ma sicuramente non obbediamo più.

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Licenziati dalla crisi. Ovvero, la scomparsa delle responsabilità.

 [questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Siderlandia]

La crisi ci obbliga ad assumerci delle responsabilità. Rimbocchiamoci le maniche, stringiamo la cinghia, asciughiamoci il sudore e siamo pronti a subire aumenti e tagli, attacchi al sistema di diritto e riforme antidemocratiche. La crisi chiama e ogni cittadino è tenuto a rispondere, per il bene dell’Italia, dell’Europa, dell’Euro.

Sembra questo il messaggio che da qualche settimana viene lanciato ripetutamente dai media mainstream, attraverso articoli, interviste, grafici, sondaggi. La crisi chiama e tocca a tutti difendere le postazioni dai non ben definiti nemici. Siamo in guerra, sembra, e dei nemici da cui dobbiamo difenderci non sappiamo che i loro nomi: Spread, Bund, Btp, Mercati. Chi sono, come sono fatti, per conto di chi attaccano, solo in pochi fortunati lo sanno.

Pierpaolo Martucci, in un libro del 2006 chiamato “Criminalità economica”, in cui sostiene che i reati economici sono più dannosi per la società rispetto a quelli ordinari, affronta il rapporto tra i primi e l’opinione pubblica: “La riprovazione per un crimine è direttamente legato alla capacità, per un osservatore esterno, di provare empatia per la vittima di un reato – ossia partecipare emotivamente alla sua sofferenza – capacità che, a sua volta, è direttamente proporzionale alla possibilità di identificarsi o meno con quella particolare vittima, per la presenza o la similarità personali o situazionali. Questo processo empatico diviene blando o nullo quando la vittima è impersonale o indeterminata (in quanto il numero dei danneggiati è assai elevato) […]. Ma la peculiarità dei crimini economici può determinare anche il paradosso di una vittima talvolta inconsapevole: si pensi ai consumatori danneggiati […] dalla pubblicità ingannevole…”.

Se estendiamo il senso delle parole dell’autore, il criminale economico non fa schifo quanto uno scippatore perché nella maggior parte dei casi non ha volto.

Accostare crisi e criminalità economica, se a prima vista può sembrare una forzatura, in realtà, dal punto di vista dei risultati, sembra la stessa cosa. I risparmiatori della Parmalat hanno perso i loro soldi così come i cittadini italiani stanno perdendo la loro capacità di acquisto. La differenza è minima, il senso è lo stesso. Eppure la crisi fa più danni, pare, perché la maggior parte dei tagli li subiscono i lavoratori licenziati, i pensionati, i disoccupati che vedono, sempre più, peggiorare la loro situazione economica per “colpa della crisi”. Licenziati per la crisi, bancarotta per la crisi sono concetti volutamente vuoti che servono, magari inconsapevolmente, ad allontanare sempre più la percezione del rapporto tra causa ed effetto, quindi la consapevolezza della responsabilità, di quanto accade. In poche parole: il licenziato non conosce la faccia di chi lo licenzia, e spesso questa condizione viene raccontata come ineluttabile necessità immodificabile da qualsivoglia azione umana.

Le dinamiche economiche non hanno nulla di naturale, i mutui non si trovano in natura, nemmeno i buoni del tesoro e gli indici di borsa. Queste cose non accadono, non esistono senza che almeno un essere umano li determini. Eppure tra la responsabilità di quanto accade e la narrazione del fatto ci passa la volontà di rendere chiare le dinamiche. Lo Spread è impersonale anche se si scrive con la lettera maiuscola, ma dietro di esso ci sono scelte, azioni, parole, che hanno una faccia e un nome.

Confuse, le vittime non sanno con chi prendersela e, rese esasperate le loro vite, seguiranno il primo dito puntato.

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Effetto Report

La trasmissione della Gabanelli è appena finita. Il tema è uno dei più comunicabili possibili: i cellulari forse fanno venire il tumore. Un argomento che richiama paure e sospetti, concetti che in fondo in fondo tutti noi pensiamo, ma di cui nessuno ha avuto mai il coraggio di esprimere. Al di là del fatto che le onde elettromagnetiche facciano male (sicuro) e quanto (dato non certo, ma io a casa non ho nulla collegato col wifi), non possiamo che associare il limite di banda raggiunto dal sito Disinformazione subito dopo la fine della puntata della trasmissione di RaiTre ad un atteggiamento stimolato dagli argomenti discussi. L’inchiesta della Gabanelli sembra non essere stata appresa passivamente, ma ha sollecitato la necessità di apprendimento.

Ci chiediamo se questo accade anche con il pubblico di Porta a Porta.

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Roma 15 ottobre: il ritorno dei nichilisti di Lebowsky

Visto che tutti dicono qualcosa di estremamente intelligente riguardo la manifestazione di sabato scorso, dico anch’io la mia. Non tanto perchè posso davvero contribuire alla discussione con pensieri davvero intelligenti o perspicaci, ma solo perchè della Big Conversation fa parte pure Officina.

Innanzitutto a tre giorni dalla manifestazione tutti si affannano a ripetere che non cadranno nella trappola di parlare degli scontri, ma solo dei contenuti della manifestazione. Un’affermazione così tanto ripetuta che alla fine tutti parlano di cosa non devono parlare e nessuno parla di quello che si propone di fare. Un casino, eh?

Repubblica (of course) ha intervistato un nero (incappucciato) che ha confessato come si muovono e dove si sono addestrati. Un precario di trentanni che racconta per filo e per segno le strategie e le tattiche di guerriglia urbana: un bignamino del manuale Marighella. Un articolo che contribuisce a rappresentare quanto successo come se fosse un attacco pianificato e premeditato, quindi accendendo dentro di noi, la lucina della possibilità che non sia finita sabato, che ci siano organizzazioni che vogliono la violenza e che la praticano con estrema lucidità. A parte il fatto che gli autori del pezzo (Bonini e Foschini) sono riconosciuti come giornalisti che riescono ad accedere a notizie, per così dire, “riservate” (non ho detto servizi, mica ho detto servizi, qualcuno ha capito servizi?), la diffusione di articoli del genere non fanno che generare confusione, tensione e quel sentimento vicino al “te l’avevo detto io che c’è qualcosa che non va”. La sensazione che ci sia un complotto (polizia disordinata, colonne armate addestrate, volontà di disturbare il corteo pacifico) ha come unico risultato l’ulteriore disaffezione alla pratica della partecipazione. Quindi sarebbe più responsabile parlare di quanti sono stati a Roma (a proposito, qualcuno sa in quanti erano i manifestanti?) e perchè si sono ritrovati in tanti. Il movimento ha una sua visione politica che viene costantemente messa in ombra dalla nostra inclinazione verso tutto ciò che è pruriginoso e poco accattivante: meglio vedere una camionetta bruciare che stare mezz’ora ad ascoltare un comizio di precari.

Quindi c’è il racconto dei cosiddetti black bloc, un racconto falsato, già dalle premesse, perchè non esistono “i” black bloc, semplicemente perchè con quei termini si descrive un modo di stare nella manifestazione. Sarebbe un po’ come chiamare un calciatore “fuorigioco”. Questo attiene alla naturale propensione verso la semplificazione: ammassare più concetti nello stesso significato ci mette al riparo dal dubbio e da quanto non conosciamo.

Proprio quello che non conosciamo, ci fa paura. Un migliaio di ragazzi incappucciati e addestrati marciano su Roma per metterla a ferro e fuoco. Chi sono? Cosa vogliono? Perchè lo fanno? Chi c’è stato racconta che era evidente che non erano lì per manifestare un disagio o una preoccupazione, ma solo per distruggere. “Sono proprio brutti, sono tipi strani”. Il primo pensiero va agli infiltrati, ma poi, fatti due conti non avrebbe senso. La polizia è la prima ad essere incazzata con il governo che abbiamo. Eppure ci sono frange di giovani che vivono ai bordi della società, senza futuro e con un sistema di valori di riferimento che rasenta il nichilismo. “Sembrano ultras” dice qualcuno. Alcuni lo sono per certo. La conferma forse potrebbe essere la scritta ACAB sul furgone incendiato. Rimane in tutto questo un senso di vago disagio, una spalla scoperta alla propaganda fangosa delle destre. Una spalla che ci siamo scoperti da soli perchè abbiamo abbandonato il lavoro sociale, forse, stare per strada e nei quartieri, affrontare con gli ultimi la vita quotidiana, costringendoci a raccontarli come fossero i nichilisti del film “Il grande Lebowsky”.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=HL12t4ioe_o]

Eppure, siamo costretti a farlo.

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Vendola, Jobs, e le ninfomani cristiane

Scattata da Frankie Hi Nrg MC

Parlare del fattaccio di Sel Roma è un po’ come fare commenti sulle camicie di Formigoni. Non si riuscirebbe a scrivere nulla che non avesse il gusto di “l’avevo detto io”. Siccome però nelle camicie di Formigoni nessuno ripone le speranze che gli orfani di Bertinotti ripongono in Vendola & friends, il fatto merita almeno una ripassata generale.

Muore Jobs. Nonostante sia stato quello che ha prodotto i marchingegni più fighi e più costosi della storia della tecnologia, tutta la rete si riempie di “Stay hungry, stay foolish”. I social network, da dispositivi omologanti e persuasivi quali sono, generano una sorta di lutto 2.0. Tutti a piangere la morte di Jobs: per un giorno intero questo diventa il fatto più discusso, postato, taggato, twittato del mondo.

Ieri sera Roma si riempie, a detta dei romani, di manifesti neri di Sel, in cui il simbolo del movimento di Vendola viene storpiato nella mela della Apple. Con 7 giorni di ritardo, Sel Roma fa stampare e affiggere i manifesti. Immaginiamo già che l’idea sia partita nel momento in cui i dirigenti locali si sono accorti che non potevano non sfruttare l’occasione per farsi un po’ di pubblicità (e già, la lunga coda). Solo che la tipografia è ingolfata di manifesti e prima di martedì/mercoledì non può. Vabbene, fa niente, aspettiamo.

Affissi i manifesti, si scatena il putiferio. La rete italiana oggi è dedicata a questo. Almeno, una certa rete, perchè gli altri lavorano e su Facebook ci vanno la sera tardi. Scatta il passaparola. Nel giro di pochissimo tempo (alle 12:41, ora di Parigi) sul profilo Facebook di Vendola compaiono le scuse ufficiali:

Il genio di Steve Jobs ha cambiato in modo radicale, con le sue invenzioni, il rapporto tra tecnologia e vita quotidiana. Tuttavia fare del simbolo della sua azienda multinazionale – per noi che ci battiamo per il software libero – un’icona della sinistra, mi pare frutto di un abbaglio. Penso che il manifesto della federazione romana di SEL, al netto del cordoglio per la scomparsa di un protagonista del nostro tempo, sia davvero un incidente di percorso. Incidente tanto più increscioso in quanto proprio in questi giorni nella mia regione stiamo per approvare una legge che, favorendo lo sviluppo e l’utilizzo del software libero segna in modo netto la nostra scelta.

Non solo, ma Quink, il geniale sito di adbuster baresi, moooooooolto vicino a Vendola, fa partire una serie di parodie chiamata SELcrologio. I più maligni dicono che non solo questo non sarà un inciampo per il movimento vendoliano, ma sarà addirittura un’occasione da sfruttare.

(Pensare che sia stato studiato strategicamente a tavolino mi pare troppo. Ma bravi coloro che gestiscono la comunicazione che hanno immediatamente riparato l’errore, anche in maniera simpatica.)

Rimane un fatto però, che non è roba da spin e da social media specialist. Steve Jobs è stato un imprenditore che ha avuto la fortuna di vendere oggetti/feticci di cui nessuno aveva bisogno ma di cui tutti hanno sentito la necessità. Arrivare ad adattare un simbolo politico a quello di un’azienda significa considerare il primo più debole del secondo. Immaginate che Andreotti potesse mai adattare il simbolo dello scudocrociato a quello della Fiat?

No.

Infatti.

Se la mitologia simbolica dei dirigenti romani di Sel è così debole da consentire che il proprio logo (cfr: logos, pensiero) si adattasse a quello della Apple, potrebbe essere che i contenuti politici a cui fanno riferimento non sono così forti e radicati. Forse è la politica liquida, ma a me viene in mente il movimento della Ninfomani Cristiane che si propone di sfogare i propri istinti solo nel talamo coniugale ma comunque nel nome di Gesù.

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L’origine del mondo la fine di Berlusconi

La notizia è di qualche giorno fa: sul simbolo del Pdl non c’è più il nome di Berlusconi. Coloro che hanno importato la tradizione di giustapporre al simbolo del partito il nome del leader di riferimento (Udc – Casini, Fli – Fini, Sel – Vendola, Idv- Di Pietro, Pd – ???) sono stati i primi a levarlo, in sordina, zitti zitti, in un momento di grave crisi. Questo gesto, lungi dall’essere semplicemente un motivo di restyling del partito, è la dimostrazione inconfutabile che l’era Berlusconi volge al termine. Definitivamente. E bisogna levarsi davvero il cappello davanti a coloro che hanno preparato la strategia per la sua definitiva uscita di scena. Perchè lui esce di scena e non come una vittima, ma come un peto, come la parolaccia risorsa ultimo del comico che non fa ridere. Il bucio de culo della politica italiana.

Se il nome “Berlusconi” non è più trainante lo si deve ad una martellante campagna di comunicazione che ha sradicato le origini del suo successo. Attraverso una concatenazione di eventi più o meno fortuiti, dal 2009 ad oggi, con un’azione di cecchinaggio mediatico i simboli su cui fondava il successo e il consenso Berlusconi sono stati abbattuti uno dopo l’altro. In particolare uno, che è poi il simbolo dell’era che (speriamo) sta volgendo al tramonto. Speriamo, perchè i cani rimangono fedeli al padrone anche dopo che questi muore.

I fatti sono questi: una continua esposizione sui media per argomenti che non hanno nulla a che vedere con la politica reale raccontano di un Berlusconi dedito alle feste e alle belle donne e che esse erano il passpartou per ricevere in cambio favori di ogni tipo. Ti serve un appalto, portagli una fica. Vuoi essere eletto al Consiglio Comunale, portagli una fica. Per due anni, in maniera ripetuta, assillante, il nostro immaginario è stato per ovvi motivi contaminato dalle notizie riportate da Repubblica e da L’Espresso che dipingevano in sostanza un Premier vizioso ma soprattutto incapace di esserlo, data la sua presunta impotenza e la sua, presunta, ignoranza sul fatto che le giovani donne che affollavano le sue cene fossero, in realtà, pagate. Escort a sua insaputa, giusto per fare una citazione.

Ebbene, se il carisma di Berlusconi è fondato sulla figura di maschio alfa, di imprenditore che si è fatto da solo, di macho, di presidente di una squadra di calcio vittoriosa in Europa e nel mondo, immaginarlo alle prese con la pompetta o con le iniezioni, o con vari stratagemmi per tenere alzata la bandiera della virilità, è più distruttivo che sapere che i soldi per la costruzione di Milano 2 vengono dalla mafia.

Lui ha costruito il suo successo lavorando con sondaggisti e con operatori della comunicazione che dal niente hanno costruito un impero, colonizzato la vita degli italiani, imposto modi di dire e di fare, dettare mode, costruire miti. La sua sconfitta non poteva che venire dallo stesso lato, dal lato più protetto, dal lato che, probabilmente non ha mai pensato di difendere perchè arrogantemente troppo sicuro di sè e dei dirigenti di Mediaset. Berlusconi è sconfitto definitivamente non perchè l’opposizione inesistente sia stata in grado di costruire un’alternativa credibile ma perchè il velo di Maya è stato squarciato da mille gocce d’acqua. Se non è capace di avere un’erezione, non può mantenere nessuna promessa, non è credibile.

La tattica e la strategia messi in campo per contrastarlo hanno vinto perchè hanno utilizzato i suoi stessi strumenti contro la narrazione che aveva fatto di sè e che è stata il suo cavallo di battaglia da prima del 94 ad oggi. Egli ha perso perchè nel gioco delle associazioni mentali lui sta con le barzellette e le battutine.

Ora che la nave affonda e i topi sono i primi a scappare, possiamo dire che alla fine l‘origine del mondo è stata la fine di Berlusconi.

No? Se dico Berlusconi, a voi cosa viene in mente?

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Nominando i domini. Dominando i nomi.

Accade che hai un’idea in testa e prima ancora che riesci a metterla giù per iscritto, ti metti a digitare su Google il nome del sito che vorresti fare, o del progetto e ti accorgi che sono tutti occupati. In un mondo online dominato dai SEO e dagli aggiornamenti degli algoritmi dei motori di ricerca, possedere il nome giusto per il sito giusto per l’idea giusta è quasi più importante del progetto stesso, secondo la logica per cui bisogna ragionare come l’utente che ti cerca, tentando di intuire le parole che cercherà su Google. Una logica che se da un lato favorisce la chiarezza dall’altro ammazza la fantasia. Con Officina Narrativa accade la stessa cosa. Quando ho aperto il blog, il sottotitolo era “traduzioni sul crinale della decadenza”, facendo riferimento allo scopo del blog che era ed è, quello di “tradurre” le notizie per renderle comprensibili a chiunque, meglio ancora, di declinarle al luogo, al tempo e alle persone a cui mi rivolgo. Quello che è accaduto, all’epoca digiuno di SEO e SEM, è stato che Officina è stata associata ai servizi di traduzione.

Ok, colpa mia.

Però la riflessione è spontanea: i motori di ricerca quanto contribuiscono all’appiattimento linguistico e conseguentemente semantico? Quanto la ricerca per essere i primi nelle SERP ci induce a rinunciare a sfumature e figure retoriche, preferendo il grassetto alle subordinate? (un argomento talmente spinoso da meritare di essere trattato con calma in seguito).

La seconda riflessione è politica: i domini, nomen omen. La libertà di acquistare il dominio torte.it mette automaticamente in una posizione migliore coloro che ce l’hanno, regalando quasi un pezzetto stesso del concetto. Nomen omen: chi ha più diritto di possedere il nome torte.it? Chi arriva prima o chi ha più disponibilità economica?

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Carlo Giuliani.

“Quando dallo stadio vidi muoversi quel fiume di persone, quella moltitudine colorata, allora pensai che forse davvero qualcosa si poteva fare, che un mondo migliore poteva esistere.” Uno che a Genova c’era.

Poi il mondo crolla con un colpo in testa.

Non fiori sulla tomba, ma l’appello di Wu Ming per quei giorni.

Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero

e verso Genova (19-21 luglio 2001)

Noi siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre.

Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto “dignità”. In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone l’ordine dell’Impero, immiserisce le comunità.

Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei Cent’anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.

Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio non lo potevano fermare.

Siamo i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: “Quando Adamo zappava ed Eva filava / chi era allora il padrone?”. Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II° molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe più stato come prima.

Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell’anno del signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni di guerre e crociate.

Siamo i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò ad Hans e disse:

“Niente più re né principi. Niente più papato né clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possederà più del suo vicino.”

Arrivammo il giorno di S. Margherita, una candela in una mano e una picca nell’altra. La Santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale Imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della Santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.

Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva.

Siamo i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in tutto il paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Muentzer. Nell’anno del Signore 1524, al grido di: “Tutte le cose sono comuni!” dichiarammo guerra all’ordine del mondo, i nostri Dodici Articoli fecero tremare i potenti d’Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Muentzer fu straziato dal boia, ma chi poteva più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato.

Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. “Diggers”, ci chiamarono. “Zappatori”. Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino.

Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti.

Siamo l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e conestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammonì:

“Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventacorvi? O semplicemente attuerete uno sterminio?… Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata?”.

Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell’anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del Capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871.

Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia.

Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, FMI, WB, WTO, NAFTA, FTAA… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno, la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empii che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo.

Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.

Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova.

Penisola italica.

19, 20 e 21 luglio

di un anno che non è più di alcun Signore.

 

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I segreti della Casta di Montecitorio: svelata l’identità della gola profonda

Scherzo, ovviamente.

Anche perchè non ci importa chi sia, ma che le cose che dice siano vere. O meglio che ci sia un attimo una crepa in quel sorriso di vetro di chi vota leggi finanziarie e non sa quanto costa un chilo di pane. Forse è questo il problema: quanto costa il pane e quanto prendo di stipendio. E il fatto che queste due cifre vengono stabilite da persone che forse non sanno nemmeno dove si compra il pane.

Eppure questo Spider Truman ha rotto una consuetudine, non solo facendo esplodere il caso dei privilegi di chi legifera, ma anche facendo venire a galla i nostri peggiori bassi istinti. Il primo fra tutti quell’invidia malcelata dietro “secondo me è un’operazione di Beppe Grillo“, oppure “sarà un teaser per un libro sui politici”.

Rimane che tutto questo è stato fatto per vendetta, e questo non mi piace troppo, anche perchè ha aspettato 15 anni per parlarne.

Eppure, che sia o no genuino, Spider Truman sta svolgendo un servizio per la comunità, cosa che schiere di giornalisti troppo pieni di sè non hanno mai fatto. Certo, ne hanno parlato Rizzo e Stella, ma quello era un libro, e i commenti scritti a matita sul bordo della pagina non possono essere condivisi.

Infine, l’ultima cosa, che mi piace di più, è un piccolo volo pindarico sul nome: Spider Truman. Spider come supereroe o come ragno? Dipenderà dalle tele che è riuscito a tessere o da un riferimento alla sua vera identità? Oppure perchè pensa di essere un supereroe? E poi quel Truman, che poco spazio lascia alla riflessione: lo strappo nel cielo di carta svela un po’ che siamo tutti protagonisti nostro malgrado, dello stesso, misero, show.

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