Dov’è la rabbia?

Dov’è la rabbia quando un premier si sollazza con le ministre e la gente si suicida perchè non trova lavoro?

Dov’è la rabbia quando le ministre diventano ministre solo perchè costano meno di una moglie e sono più ubbidienti?

Dov’è la rabbia?

Dov’è la rabbia quando Marchionne dice che l’Italia è una palla al piede?

Dov’è la rabbia quando muore un operaio?

Dov’è la rabbia quando ti dicono che purtroppo ti devono licenziare?

Dov’è la rabbia quando non prendi lo stipendio?

Dov’è la rabbia quando tutto aumenta e non puoi acquistare nulla?

Dov’è la rabbia quando i mafiosi al comune perdono i milioni di euro dei finanziamenti europei?

Dov’è la rabbia quando a costruire case è solo uno e detta il prezzo del mercato?

Dov’è la rabbia quando non vedi futuro, non vedi presente, non vedi vie d’uscita?

Dov’è la rabbia quando per vent’anni ti hanno insegnato a non fidarti dei comunisti, dei sindacati, dei pacifisti, degli ambientalisti, dei pazzi che dicevano che forse così non andava bene?

Dov’è la tua rabbia, quando ti licenziano, quando mettono in cassa integrazione tua moglie, quando tuo figlio ti chiede i soldi per i libri, ti chiede la palestra, la chitarra, quando la tua ragazza non ha un regalo da tre anni, quando il tuo ragazzo chiede aiuto per il mutuo?

Dov’è la rabbia, quella che unisce che ci fa urlare che ci fa correre, che ci mette insieme, che pretende i diritti, li afferra con i denti, la rabbia che sanguina giustizia e democrazia, la rabbia feroce della rivolta contro l’oppressione?

Dov’è la rabbia?

Dove?

Lasciata per strada in cambio di un auto nuova, soffocata sul divano tra soap e reality, svenduta per un posto a nero, stracciata e gettata come il gratta e vinci che ti ostini a comprare sperando di cambiare la tua vita.

Dov’è la rabbia quando ti fottono la salute e ti ricattano perchè o così o niente?

Dov’è la rabbia quando intorno non vedi che gente indebitata, oppressa, distrutta, quando basterebbe andare a bussare con insistenza a chi ha comprato i nostri diritti per un piatto di lenticchie prodotte in Cina?

Dov’è la rabbia che agita le strade, le menti, che stringe forte l’idea di un mondo migliore?

Dov’è un mondo migliore?

Nelle nostre scelte quotidiane, nella capacità di stare fermi un giro e guardare oltre, immaginare cosa sarà.

Cercate la rabbia, per favore, alzate tappeti, svuotate cassetti, sventrate gli armadi. Da qualche parte ci dovrebbere essere, magari arrotolata con il diario del liceo, con la bandiera di Che Guevara. Sempre che non l’abbiate scambiata per un abbonamento a Mediaset Premium.

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Stare nel mercato

Non comprare è potere.

Non possiamo esimerci dallo stare nel Mercato. Ogni giorno, quasi ogni nostra azione ci fa interagire con il Mercato: compriamo, vendiamo, consumiamo. Stiamo nel Mercato, siamo il Mercato.

Ma così come scegliamo di stare nello Stato, supportando o contestando, manifestando o perorando alcune idee, alcune parti a discapito di altre, tentando in qualche modo di influenzare con le nostre azioni e le nostre parole l’andamento delle cose, così possiamo stare nel Mercato, tentando di influenzare con le nostre scelte le scelte di chi lo dirige.

La mutazione dell’individuo da cittadino (portatore di diritti politici) a consumatore (portatore di portafoglio) in un primo momento ha destabilizzato la nostra consapevolezza riguardo il potere individuale, ma a parte una resistenza che è stata a mano a mano fiaccata portandoci letteralmente alla fame, ben presto abbiamo quasi tutti trovato il nostro posto al caldo nel mondo-mercato globale.

Se così non fosse, la spinta a delocalizzare la produzione e quindi la tendenza ad allargare la forbice tra ricchi (sempre più ricchi perchè i costi di produzione sono cinesi e i prezzi al dettaglio sono occidentali) e poveri (sempre più in miseria perchè precarizzati e quindi impoveriti della capacità di costruirsi autonomamente un futuro, oppure addirittura ridotti sul lastrico a causa delle scelte di delocalizzazione) sarebbe stata sicuramente più difficoltosa. In parole povere cioè, se non si fossero annientate negli ultimi 20 anni le forme di resistenza al liberismo riducendole a poche enclavi di eretici, Marchionne non avrebbe avuto la libertà di dire quello che ha detto da Fazio.

L’individuo mutato in consumatore si ritrova quindi in un mondo ostile dove non ha nè il diritto di influenzare la scelta politica (la farsa del bipolarismo e l’eccessiva delega sono due esempi) nè il diritto di partecipare alle scelte ecomiche in maniera attiva, essendo stato estromesso violentemente dai processi di produzione.

L’individuo/consumatore può solo comprare. E il gesto dell’acquisto, sempre con i suoi naturali limiti, sembra essere l’unica espressione di libertà concessa nel 2010 ai cittadini. Perchè comprare significa possedere e il possesso è la misura dell’essere umano (nella società liberista). Se non hai un lavoro (se non puoi consumare) non puoi essere cittadino italiano (v. legge Bossi-Fini).

Possiamo però ancora scegliere COSA comprare e soprattutto DA CHI. In questa scelta si esprime tutta la potenza della libertà che ci è rimasta. Possiamo scegliere di non comprare i prodotti di Israele finchè non termina il genocidio palestinese, possiamo scegliere di non comprare Coca Cola per le sue politiche in America Latina e in Africa, possiamo scegliere di non comprare Nestlè perchè è la multinazionale simbolo dell’imperialismo, e via boicottando. Questa libertà di scelta deve però, secondo le necessità imposte dalla crisi, espandersi non solo ai simboli del male, ma anche a tutto quello che impoverisce il nostro territorio. Non comprare automobili Fiat potrebbe essere la migliore risposta ai piani di Marchionne, non vestirsi Miroglio (Elena Mirò, Motivi…) è il gesto più potente che possiamo fare.

 

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Da Taranto a Roma con Di Vittorio

“Il lavoro è un bene comune” – con la delegazione tarantina alla manifestazione della Fiom

C’è Di Vittorio con noi nel pullman che ci porta a Roma alla manifestazione “Il lavoro è un bene comune” indetta dalla Fiom. La sua storia scorre attraverso le immagini della fiction Rai interpretata da Favino che scorrono sui teleschermi del pullman. Macinando kilometri, rivivendo la nascita della Cgil, diretti verso Roma a ribadire che non tutti sono d’accordo che il lavoro diventi la vittima sacrificale della crisi economica. Né il lavoro e né tantomeno i lavoratori. Soprattutto i lavoratori.

Partiamo da Taranto prima dell’alba, le luci dell’Eni e dell’Ilva brillano lugubri nel buio di questo sabato di manifestazione. Imbocchiamo la statale, poi verso Massafra e quindi sull’autostrada. Cinque sono i pullman che partono da Taranto, dieci da tutta la provincia. Operai, studenti, militanti, comitati di quartiere, operatori sociali, pensionati, migranti. Tutti diretti all’appuntamento a Roma: quando la Fiom chiama, non si può non rispondere.

La prima fermata è per il caffè, incrociamo due autobus di pellegrini con la foto della Madonna di Lourdes sul parabrezza. Sul nostro campeggia la scritta Fiom Pullman n. 4 e un pupazzo di Hello Kitty. Prima di salire i discorsi si fanno subito duri: i lavoratori somministrati Ilva, precari della metallurgia, si lamentano del fatto che non ottengono risposte né dall’azienda né dal sindacato. La questione è sempre la stessa: essere assunti, non essere assunti, rimanere precari o disoccupati. E poi c’è la questione ambientale, che emerge sempre e comunque ogni volta che si parla dell’Ilva. Nico chiude la discussione dicendo: «Non mi possono chiedere di barattare la città con un posto di lavoro».

 

La delegazione della Fiom di Taranto

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Puglia – Roma, il viaggio della speranza

Alle sei di pomeriggio di lunedì, alla stazione ferroviaria di Trani, il sole stava tramontando e colorava il cielo di un giallo tenue, primaverile, i grilli riempivano l’aria di quei toni di vacanza che fanno stringere il cuore e sorridere felici. Alle sei di pomeriggio alla stazione di Trani regnava un sentimento di pace in terra che, a detta dei più maliziosi, faceva intendere cosa sarebbe accaduto di lì a poco.

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8 marzo, festeggiare si deve, per ricordare

La leggenda narra che nel 1908 a New York il signor Jonhson per placare gli animi delle operaie della sua industria tessile Cotton, le chiuse in fabbrica e appiccò un incendio. 129 operaie morirono bruciate. L’episodio fu ripreso due anni dopo durante l’Internazionale di Copenaghen, dove fu proposta l’istituzione di una giornata di lotta internazionale per le donne.

Altre fonti raccontano che la scelta dell’8 marzo fu dettata da un percorso lungo, del movimento per i diritti delle donne statunitensi. Comunque, quale che sia la versione storica, la cosa importante è che questo giorno è un giorno di lotta per il diritto al lavoro e per i diritti civili.

Il pane e le rose, appunto.

Abbiamo incontrato Valeria Fedeli, vicesegretaria nazionale della Filctem CGIL, nuova categoria di tessili e chimici, ex segretaria nazionale della Filtea. Abbiamo chiesto a lei quale fosse il senso di una giornata della donna: «Sono appena usciti i dati dell’occupazione femminile, e in Italia la percentuale di donne occupate è superiore solo alla Grecia. Continuiamo a vivere in un retaggio pazzesco in cui la disoccupazione femminile è, in fin dei conti, meno peggio di quella maschile, perchè la donna, se non lavora, ha comunque da fare a casa: famiglia, figli, lavare, stirare… E tutto questo nonostante la Costituzione Italiana preveda uguaglianza tra i generi». Rincara la dose, circostanziando meglio  cosa accade in Italia: «Nell’autunno del 2007 fu approvata la legge 188 che era stata fortemente spinta dalla categoria delle lavoratrici tessili. Era la cosiddetta legge contro le dimissioni in bianco, quella pratica molto diffusa che all’atto di assunzione permetteva al datore di lavoro di poter mandare via una lavoratrice quando ne avesse voglia. In particolare funzionava per evitare la maternità, una delle cose che maggiormente crea discriminazioni. Fu una vittoria, un passo avanti nel riconoscimento dei diritti. Nel 2008 però, fu abrogata dal ministro Sacconi. Fu una delle prima cose che fece il nuovo governo Berlusconi».

Emergenza Donna, dunque, dal titolo dell’iniziativa della Camera del Lavoro di Martina Franca. Un’emergenza che lungi dall’attenuarsi, mostra sempre più i suoi lati pericolosi. La donna-velina, la possibilità di farsi strada non attraverso il merito, ma per “cooptazione”, usando un eufemismo, attraverso pratiche che non riconoscono le capacità ma solo l’indice di gradimento dei potenti. Di solito uomini. La donna-velina non è il male in sè, ma lo diventa quando è l’unica pratica che trova il successo, che raccoglie il consenso, i curriculum vitae valutati attraverso la media seno-vita-glutei e non quella accademica.

La strada da percorrere è lunga, lo confermano i dati sulla disoccupazione, gli spaccati che non trovano spazio in televisione o sulle riviste. Festeggiare serve ancora, quindi, per ricordare, perchè, come conclude Valeria Fedeli: «L’8 marzo deve ritornare ad essere la festa laica del lavoro delle donne».

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Il sindacato sta in campagna

Il fenomeno della raccolta del pomodoro e la campagna Oro Rosso della Flai – Cgil

(le foto sono disponibili qui)

La  Flai – Cgil batte la campagna foggiana palmo a palmo. La campagna “Oro Rosso” è ormai al nono giorno e con i paesaggi del Tavoliere ormai c’è una certa confidenza: le strade si intersecano ad angolo retto e, a parte il Gargano di paesini e santuari, i paesaggi sono piatti fino all’orizzonte, una distesa di campi e latifondi e lavoratori piegati. La delegazione sindacale è numerosa, per questo è divisa in due gruppi. La nostra colonna è guidata dal capolega Flai di San Severo e da alcuni militanti della stessa città: l’Opel si muove nelle strade di campagna zigzagando per evitare le buche e dal finestrino sventola orgogliosa la bandiera rossa della categoria. La prima sosta è ad una fermata autobus dove almeno quaranta ragazzi africani aspettano il passaggio per andare a Foggia a cercare lavoro. Siamo in aperta campagna, tra il capoluogo e San Severo. I ragazzi si sorprendono un po’ nel vedere una ventina di persone scendere dalle auto e avvicinarsi sicuri verso di loro, si guardano perplessi e impauriti. Ma si iniziano a distribuire cappellini per proteggersi dal sole, volantini in tutte le lingue dove si spiega quanto dovrebbero guadagnare al giorno secondo il contratto nazionale, quali sono i loro diritti, cos’è la Cgil. E non si dà nulla per scontato. Molti di loro vengono direttamente dai campi di identificazione ed espulsione, da Lampedusa. Catapultati nell’Italia estiva, afosa e repressiva, con i loro compagni si sono uniti alle decine di migliaia che lavorano ai pomodori. Un ragazzo parla francese e inglese, niente italiano. E si lamenta, ci dice, di non aver incontrato nessun italiano con cui poter comunicare in quelle lingue. Ci parla a lungo, si lamenta della paga, delle condizioni.

Arriva il pullman che li porterà a Foggia, senza dire una parola salgono, sollevati che la promiscuità col sindacato più grande d’Italia, e più fastidioso, per i padroni, sia finita.

In macchina, con Daniele Calamita, segretario Flai di Foggia, Lello Saracino, Tesfai Zemariam e Vito Di Bari, si discute naturalmente del caporalato, dell’iniziativa della Flai che quest’anno è alla terza edizione e che ha avuto l’appoggio della categoria e della Cgil regionale e nazionale. «Il problema è che la legge regionale sul lavoro nero non viene applicata» ci dice Lello Saracino della Cgil di Foggia «se lo fosse, il problema in gran parte si risolverebbe. È una legge che introduce l’indice di congruità, un concetto semplice ma molto efficace, soprattutto per l’edilizia e per l’agricoltura. Si fa una stima del tempo e del luogo dove si deve svolgere il lavoro e poi si quantifica il minimo di addetti necessari. Se ad esempio si devono raccogliere cento ettari di pomodori in dieci giorni, è chiaro che non posso assumere solo tre persone. Le associazioni datoriali, come Cia e Coldiretti si sono messi di traverso e la legge non viene applicata».

Nel frattempo autoarticolati carichi di cassoni vuoti ci superano, siamo nel pieno della raccolta dei pomodori e si vede.

La carovana si ferma in una grande casa bianca, mezza sembra un ufficio e mezza un’abitazione. Si vedono alcune persone in procinto di andarsene, nello spiazzo davanti un grosso camion pieno di cassoni vuoti. I delegati si avvicinano, chiacchierano e distribuiscono volantini e cappellini. Il padrone, italiano, pare abbastanza cordiale, ci racconta cosa fa e quali sono i suoi problemi. Il punto della questione è chi davvero si arricchisce dall’agricoltura, da dove viene il rincaro che permette ad un chilo di pomodori di passare da dieci centesimi per il produttore all’euro del consumatore. Poi si parla del lavoro degli immigrati e delle loro condizioni. L’italiano ci racconta che ospita i rumeni che lavorano per lui nei campi. Ma ha problemi, ci dice, la legge non lo aiuta: non capisce perché non può portare otto persone nella macchina. Dietro di lui infatti si sta consumando il grottesco spettacolo di otto persone che si ficcano in una vecchia station wagon bianca della Fiat a cui sono stati tolti i sedili posteriori. Otto persone schiacciate nel caldo dell’agosto pugliese, in un’auto che finge di essere un furgone. Tesfai Zemariam, il responsabile regionale per immigrazione della Cgil, interviene proponendo la ragionevole soluzione di fare più viaggi, invece che uno solo. La discussione degenera, perché si tirano in ballo le regolarità dei loro contratti lavorativi e le condizioni in cui lavorano. L’italiano allora decide che è arrivato il momento di mandarci a quel paese, ma in testa gli rimane il cappellino rosso della Flai “stesso sangue stessi diritti”.

P1010959

Secondo Felice di Lernia, presidente della Coop Sociale “Comunità Oasi2 San Francesco” di Trani, che da anni è sulle strade della provincia foggiana per conto della Regione Puglia nell’ambito del progetto “Le città invisibili”, le presenze quest’anno sembrano raddoppiate. «Il motivo principale è la crisi economica. Le fabbriche del nord che chiudono costringono migliaia di persone a scendere in Puglia d’estate a lavorare nelle campagne, ma il lavoro diventa sempre di meno anche qui in Puglia, a causa dell’avvento delle macchine. Le persone che contattiamo ci dicono che il momento migliore per lavorare è quando piove, perché il fango impedisce alle macchine di muoversi».

Intanto ci fermiamo in contrada Cicerone, vicino ad una chiesetta sconsacrata, ultima costruzione di una fila di case dell’Opera Nazionale Combattenti, uno strumento un tentativo fascista di urbanizzare le campagne. Ci sono un gruppo di ragazzi che oggi non lavorano. Invitano la delegazione sindacale a fare un giro. Dormono, alcuni in tenda, altri all’aperto e dal numero di indumenti appesi nel grosso stanzone che fa da tetto comune, le persone che incontriamo non devono essere che la minima parte di tutte quelle abitano lì. Su una panchina c’è una scacchiera e dei tappi di bottiglia rosa e rossi che fanno da pedine. Fuori, verso la strada, ci sono alcuni bagni chimici messi dal comune e tre enormi botti per l’acqua potabile. Vuote. Come lo è la chiesa, alta grande e fresca, ma che per rispetto, ci dicono, non viene utilizzata. Poco più avanti un imprenditore italiano chiacchiera dalla sua BMW con un ragazzo africano. Alle sue spalle una casa dell’ONC affollata di persone che anche oggi non hanno lavorato. Alla vista della Cgil, l’imprenditore inizia a ripetere la solita cantilena: crisi, agricoltura, costo all’ingrosso, costi al dettaglio, le paghe basse sono necessità. Massimo sei euro a cassone, da tre quintali, da cui si detraggono le spese per lo spostamento dovute al caporale.

Una storia che è diventata quasi parte integrante della narrazione pugliese, il mare del Salento, i trulli della Valle d’Itria e la raccolta dei pomodori a Foggia. Un fenomeno che secondo alcuni operatori sociali andrebbe analizzato anche al di là delle categorie con cui si è soliti riflettere del problema. La raccolta dei pomodori, vetrina di un fenomeno che dura tutto l’anno e in diverse località d’Italia, è il simbolo dello sfruttamento ma racchiude un mondo che probabilmente si evolve secondo altre metriche da quelle classiche. Un fenomeno che da qualche anno ha stimolato positivamente tutti i soggetti tenuti ad occuparsi della questione, enti locali, privato sociale e forze sindacali, ma che nonostante gli sforzi rimane abnorme. Forse la sinergia tra i soggetti operanti sul territorio andrebbe implementata, favorendo il passaggio di buone prassi e di contenuti, e lo scambio di esperienze. Che rimane comunque sentito da tutta la Cgil: basti pensare che all’operazione Oro Rosso partecipavano delegati da 18 regioni, da Bolzano alla Sardegna. Una delegazione che in dieci giorni ha percorso 8000 km, ha contattato quasi 5000 persone e visitato 150 aziende agricole.


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Che Palazzo abbia finalmente ammazzato il Leviatano?

Dopo mesi di battaglie ieri è stato abbattuto il muro che ostruiva Via Trento a Martina Franca.

Il Leviatano è un mostro orribile che si scatena ogni volta che le classi entrano in guerra. Che siano esse operaie contro i padroni, o sudditi contro il re, il Leviatano si alza nella sua potenza e decide le sorti della battaglia. Ne parlava Hobbes nell’omonimo libro del 1600 e passa, in cui analizzava lo scontro del potere tra la monarchia e il popolo. Questo rapporto, una sorta di contratto sociale, costringe gli uni a seguire la legge dell’altro in modo che  non si viva allo stato di natura: nella giungla la lotta tra predatori e predati è perenne e per evitare questo, gli esseri umani, si danno delle leggi, affidano il potere ad uno, o ad una classe, e evitano di vivere nel perenne terrore di essere uccisi.

A Martina Franca non accade questo: l’amministrazione comunale assente permette che viga la legge del più forte. Come è accaduto in via Trento fino a ieri, dove un importante imprenditore locale ha fatto valere i suoi diritti di proprietà con la “forza” occupando la strada che le carte dicono essere sua. I cittadini hanno subito per qualche anno, ma ad ogni avanzamento di centimetro il malumore cresceva, fino a fine marzo, quando un comitato spontaneo di cittadini ha deciso di dire basta alla situazione chiedendo un intervento dell’amministrazione. Nel frattempo era stato approvato un piano di riqualificazione dell’area, considerando come dato di fatto l’appropriazione della particella privata da parte del Comune. Per dispetto l’imprenditore ha allargato sempre più i confini reali della proprietà, con gradini, cancelli, grate, muri e alberi, fino quasi a farli coincidere con l’effettiva dimensione della particella posseduta.

via trento dall'alto (da notare la vicinanza delle strisce bianche a quella gialla)

All’epoca della costruzione della strada, infatti, il sindaco di Martina era un certo Motolese, famoso perchè concludeva gli affari con semplici strette di mano. Il caso di Via Trento è uno dei tanti: la strada appartiene a tre privati, oltre a Lucarella, la famiglia Lupoli, poi Bellanova e Raguso. Non c’è mai stato un pubblico atto di esproprio o qualcosa del genere e la strada potrebbe essere chiusa da una sbarra senza che si violi nessuna legge. Il caso di Lucarella poi, è particolare. Alcuni testimoni narrano infatti che l’accordo con Motolese abbia avuto come obiettivo l’apertura delle due saracinesche che insistono sulla strada: il sindaco dava l’autorizzazione all’apertura, l’imprenditore concedeva la strada. Una stretta di mano e l’affare è fatto. Solo che, succeduto al padre il figlio, questi vuole rivendicare i diritti di una proprietà mai formalmente alienata.

progetto via trento

Siamo ai nostri giorni: i cittadini protestano, non possono transitare e non possono parcheggiare, i vigili multano e i confini si allargano. Il comitato non ce l’ha con l’imprenditore, come è ovvio, ma con l’amministrazione inadempiente. Solo che l’imprenditore ha modi di fare manco troppo gentili e potrebbe attirare su di sè il malumore. Nel frattempo  infatti aumenta e si arriva all’ennesima manifestazione per strada, poi al Comune e infine ieri, dopo tanto lottare, con un decreto urgente, gli operai del comune, spalleggiati da uno schieramento di polizia che manco il G8, si ingegnano ad abbattere il muro e ridare al pubblico ciò che deve essere pubblico. Solo che tutto ciò rimane illegale: la proprietà è privata e secondo Lucarella Angelo, nipote di quello della stretta di mano, il diritto pubblico è superiore, ma deve essere corrisposta un’indennità corrispondente al danno. Il suolo è di vitale importanza per l’azienda e la somma predisposta dall’amministrazione è troppo bassa.

Alla fine il Leviatano è intervenuto con la sua forza bruta a risolvere una questione che aveva le carte in regola per degenerare. Ma che non è detto che tutto questo sia finito qui…

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E PER CASA UN TETTO DI STELLE

Dopo sei mesi scade la convenzione tra la Prefettura e la Croce Rossa. Nessun futuro certo per i rifugiati ospitati presso il Dell’Erba di Martina Franca.

Dopo sei mesi di permanenza discreta, i cento richiedenti asilo ospitati presso l’Hotel Dell’Erba di Martina andranno via. Così come al loro arrivo, improvviso e silenzioso, così alla loro partenza, decretata per la scadenza della convenzione tra la Croce Rossa, che gestisce il centro e la Prefettura, che paga da parte del Governo, tutto accadrà nel silenzio più perfetto.

Strana storia quella dei migranti martinesi, che all’inizio non sapevano nemmeno dove fossero ed erano circondati da persone che nemmeno sapevano chi fossero. Erano vestiti tutti uguali e giravano per la città lungo Corso Italia e tutti li scambiavamo per una squadra di pallone. Poi iniziarono a girare alcune voci sulla loro reale identità fin quando a metà dicembre non decidono di manifestare in piazza per chiedere più diritti. Dopo due settimane di permanenza a Martina Franca un gruppo di loro capisce che c’è qualcosa che non va: vengono convocati i giornalisti e con gran pacche sulle spalle ci viene comunicato che è tutt’apposto. Tutt’apposto perché i manifestanti sono ragazzi, che bisogna capirli, che non hanno capito come funziona la questione, che non dipende da noi, ma da altri, che noi già abbiamo fatto di più di quello che ci spettava. Già, ma cosa?

Con l’ordinanza del Presidente Berlusconi del 12 settembre del 2008, vengono istituiti dei CARA (centri di accoglienza per richiedenti asilo) supplementari, in ausilio del sistema presente perché il numero degli sbarchi durante l’estate è nettamente aumentato. L’ordinanza prevede che si trovino delle strutture, in tutto il paese saranno una sessantina, per ospitare diecimila migranti in attesa che la domanda di asilo venga vagliata dalle commissioni territoriali. Un implemento dell’accoglienza notevole, con una spesa complessiva di milioni di euro. La convenzione tra la Croce Rossa di Taranto e la Prefettura prevede una spesa giornaliera di 47 euro a persona, che dovrebbe comprendere vitto alloggio e tutti i servizi che il Ministero dell’Interno prevede per una buona accoglienza: mediazione interculturale, mediazione linguistica, corsi di lingua, supporto legale, supporto socio psicologico, assistenza sanitaria, acquisto di vestiti e di beni di prima necessità. In sei a Martina è arrivato circa un milione di euro con cui la Croce Rossa ha reso possibile l’accoglienza dei migranti.

L’ordinanza del 12 settembre però, è in deroga a tutta la legislazione italiana sull’immigrazione: l’incremento degli arrivi ha fatto scattare un’emergenza che, per essere risolta, il Governo decide che la legge normale non basta. I centri governativi di accoglienza, che poi assumono lo status di CARA, vengono aperti in fretta e furia e affidati alla gestione di enti, per la maggior parte ecclesiastici, senza nessuna gara di evidenza pubblica, vengono assegnate delle somme abbastanza alte (di solito per l’accoglienza dei migranti la somma quotidiana procapite è nettamente inferiore) e si lascia tutto al buon cuore di chi gestirà il posto, perché la convenzione non specifica i capitoli di spesa, non dice quanto viene riconosciuto alla struttura ospitante (in questo caso il Dell’Erba), non dice quanto bisogna spendere per i corsi di italiano, per esempio. E soprattutto non prevede una rendicontazione finale, in base alla quale verificare le spese. Diventa probabile che una cosa del genere si possa trasformare in un affare lucroso, se non conoscessimo le pie intenzioni degli enti che si fanno carico della questione, basterebbe avere a disposizione dei volontari anche non qualificati che lavorino gratis, acquistare materiale di scarsissima qualità, ad esempio scarpe da ginnastica che durano meno di dieci giorni, affidarsi per i corsi di italiano a insegnanti in pensione, e qualcosa in tasca rimane.

A questo però si deve aggiungere che i soldi stanziati dal Governo per l’accoglienza dei rifugiati, sono solo per la prima accoglienza, per i CARA, mentre a tutta la rete SPRAR, che gestisce i centri di seconda accoglienza, fondamentali per l’inclusione e l’integrazione, vengono tagliati i fondi. Il migrante in pratica arriva in Italia, viene lavato stirato controllato e interrogato e infine marchiato buono o cattivo. Poi viene sbattuto in strada al suo destino, con pochissime prospettive di sopravvivenza legale. I centri SPRAR servivano appunto ad accogliere i rifugiati e a trovar loro casa e lavoro, con l’attivazione di una rete di realtà associative e cooperative e istituzionali. Ai ragazzi che sono a Martina una cosa del genere non accadrà. Il 30 maggio scade la convenzione: sbattuti fuori dall’hotel, saranno in balia degli eventi, delle relazioni che sono riusciti a mettere su in questi mesi, delle persone che offriranno loro un lavoro più o meno regolare e di chi deciderà loro di affittare una casa. Dal 30 maggio, in pratica, sarò probabile vedere decine di ragazzi che non sapranno dove dormire, che mangiare, come lavarsi, cosa fare. Per questo motivo la Prefettura ha convocato un paio di settimane fa il Comune di Martina, la Provincia e alcuni enti tra cui Babele di Grottaglie, che gestisce un centro SPRAR, la Croce Rossa e la Caritas. In questa riunione si doveva trovare una soluzione immediata per il futuro dei ragazzi, e si è proposto di trovare una somma per permettere loro di andare dove vogliono, se vogliono oppure di affittare una casa per un mese. Somma che secondo Babele si dovrebbe aggirare a non meno di cinquecento euro a persona, da dividere tra Comune e Provincia. Nessuno però vuole farsi carico dell’onere, il Comune ha dato la disponibilità per diecimila euro, ma sarebbero davvero insufficienti. La Provincia è in campagna elettorale e non esistono realtà in grado di occuparsi in maniera strutturata della questione.

I ragazzi dell’hotel, di cui più della metà ha ottenuto il permesso di soggiorno, sapranno affrontare quest’altra difficoltà, dopo deserti e torture, perdere un tetto sulla testa e il cibo ogni giorno potrebbe essere un’inezia.  Ma i martinesi, sapranno conviverci?

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Il popolo dei senza libertà, secondo una ONG Usa, siamo ultimi in Europa

Ecco pubblicata la classifica di Freedom House sulla libertà di stampa nel mondo, e come sospettavamo l’Italia non è tra i paesi in cui i giornalisti sono liberi di scrivere quello che vorrebbero. Dire che non ce ne fossimo accorti sarebbe ipocrisia, ma che la notizia arrivi da un centro studi diciamo che un po’ fa riflettere.Ma fa riflettere il fatto di come la notizia sia stata riportata dai media, i soliti, un trafiletto sperso tra le pagine e i commenti sul divorzio di Veronica da Silvio, una lieta notizia ambientata ad Onna, e l’influenza suina che a quanto pare è stata sconfitta prima che si propagasse. Certo, direte voi, se fossimo in un paese libero, la notizia non verrebbe data perchè non è una notizia, oppure sarebbe data con squilli di tromba e con dibattiti infiniti. Invece, e questo è proprio il simbolo di quello che accade in Italia, una notizia terrificante come questa viene data con nonchalanche, tipo: “ah, a proposito, non viviamo in un paese libero…”.

Intanto, le motivazioni per cui l’Italia viene posizionata dopo il Benin e il “civilissimo e democratico” Israele, sono queste:

“The region registered one status downgrade in 2008, as Italy slipped back into the Partly Free range thanks to the increased use of courts and libel laws to limit free speech, heightened physical and extralegal intimidation by both organized crime and far-right groups, and concerns over media ownership and influence. The return of media magnate Silvio Berlusconi to the premiership reawakened fears about the concentration of state-owned and private outlets under a single leader”.

In pratica, dicono questi tipi, oltre che un po’ di leggi fatte per rendere il lavoro di cronista più burocratizzato e farraginoso, ci si mette anche Berlusconi e il suo dannatissimo et sempiterno conflitto di interessi. Non siamo un paese libero perchè prima di essere capo del governo il Nostro controllava quasi tutti i giornali e le tivvù.

E non sono usate parole miti, ma: il risveglio delle paure di una concentrazione di potere nelle mani di una sola persona…

E allora, direte, che si fa? Si fa che si inizia a guardarsi intorno alla ricerca di alternative (Officina sarà o non sarà edita da Mondadori?), oppure, e questo sarebbe già una cosa bella in sè, potremo iniziare di nuovo ad indignarci profondamente perchè c’è qualcosa che non va. Qualcosa non va nel Paese in cui la Liberazione diventa Libertà, qualcosa non va nel Paese in cui governa il Popolo della Libertà, qualcosa non va in una democrazia che divide il popolo in quelli che vogliono la Libertà e quelli che sono Democratici. Qualcosa non va se si sente il bisogno di scrivere queste parole.

Ecco il link della Freedom House dove c’è la statistica dei paesi liberi e le motivazioni.

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L’impossibilità di essere informati: le gaffe di Berlusconi tra le macerie d’Abruzzo

Secondo il New York Times, Berlusconi in Abruzzo ha sparato gaffe a raffica. In Italia si è saputo solo che il Premier ha consigliato ai senzatetto aquilani di considerare lo stile di vita tipo profugo come se fosse un weekend al campeggio. I quotidiani italiani hanno riportato la notizia perchè era sulle prime pagine dei giornali esteri. Cazzeggiando su internet, sul sito del New York Times, si scopre che le gaffe ammontano a tre nella stessa giornata. Secondo il più diffuso quotidiano americano, la più grave è quella nei confronti di un volontario della Croce Rossa di origine africana, un prete a quanto pare, a cui ha detto: «Hai un’abbronzatura niente male. Vorrei stare io qui e prendere un po’ di sole…». Poi, accortosi dell’idiozia ha cercato di rimediare abbracciandolo: «Stringimi forte e chiamami Papa».

Il secondo episodio che riporta il NYT, è successo all’inizio della stessa settimana. Il premier ha incontrato un medico donna, Fabiola Carrieri dicono alcune cronache e le ha detto: «Come vorrei essere resuscitato da lei».

A questo punto rimane il dubbio del perchè per arrivare a sapere di questo devo fare una triangolazione spaziale tra Martina Franca e New York e poi dover tradurre tutto. Naturalmente la notizia è stata riportata dal sito italiano www.italiadallestero.info. E basta.

Sono sciocchezze, d’accordo, l’ennesima prova da biricchino di un buontempone che casualmente è l’uomo più potente d’Italia. E la stampa italiana non ne parla forse perchè è abituata, non ci fa caso, perchè altrimenti dovrebbe riportare anche le battute del Bagaglino, o magari si vergogna a scrivere del Primo Ministro e dire queste cose. Ma questo fa riflettere anche sullo stato dell’informazione, di ciò che non passa e di ciò che passa, di quello che accade accanto a noi e non sappiamo. Come si fa a fidarsi di un’informazione a metà che dipinge Berlusconi, anche quando lo attacca, come qualcuno che va e risolve, mentre è palese l’incapacità da parte del Governo di provvedere ad alcunchè tranne che nelle zone in cui sono presenti le telecamere? Dell’Abruzzo non sappiamo nulla, nessuno dice nulla di sensato, alcune domande rimangono senza risposta:

1) Gli abitanti conoscevano le procedure di sicurezza da applicare in caso di terremoto. Questo fa pensare al fatto che erano preparati, che qualcuno avesse detto loro che poteva accadere.

2)La  mattina del lunedì, intorno alle 7:00 si vedevano sul posto solo giornalisti, nessun soccorritore. Come hanno fatto ad arrivare prima le televisioni e poi i pompieri? Durante la notte di domenica, dov’era la Protezione Civile?

3)Gli sfollati: chi è andato in albergo? Chi in tenda? Ci sono alcuni che non hanno trovato posto?

4)Gli immigrati irregolari, non registrati da nessuna parte, dove sono? Che fanno?

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