Protocollo d’intesa tra sindacati e amministrazione. La casa di riposo non si tocca.

Dopo ore di trattative tra sindacati e amministrazione, finalmente si raggiunto un accordo di programma tra le parti. La casa di riposo deve chiudere temporaneamente, giusto il tempo di fare gli interventi restaurativi dell’immobile. Nel frattempo gli anziani ospiti saranno ospitati in strutture private, la cui retta sarà tutta a carico del Comune. I lavoratori invece saranno temporaneamente assegnati ad altre mansioni, che rientrano però nelle loro competenze. La cosa importante, come si evince dal protocollo di intesa, è che sarà costituito un tavolo paritetico tra Comune (rappresentato dal Sindaco e dall’assessore ai Servizi Sociali), da un rappresentante per sindacato e da un rappresentante per i lavoratori. Il tavolo avrà il compito di monitorare l’andamento dei lavori e il rispetto del protocollo. Si è aperta una speranza quindi, l’amministrazione, messa davanti alle sue responsabilità, ha fatto il suo dovere: salvaguardare il benessere dei cittadini e per Martina c’è stata una grande lezione: scendere il piazza paga…

Contro la chiusura della casa di riposo comunale

Ecco che si palesa la volontà di privatizzare tutto il privatizzabile, a partire dai servizi sociali. A Martina Franca l’amministrazione Palazzo ha deciso che la casa di riposo comunale, che ospita 13 persone, deve chiudere. Martedì 31 lo sgombero e il trasferimento degli ospiti in strutture private. I sindacati, capeggiati da un’agguerrita Isabella Massafra, dicono no e sabato scorso hanno indetto una manifestazione in cui si proponeva la strategia della lotta contro la decisione del Comune. La gente, non è il caso di dirlo, esasperata ha avuto modo di esprimere quello che pensa del Palazzo Ducale. Ascoltare per credere…

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“Giù le mani dall’asino di Martina Franca”

Grande scalpore hanno suscitato le vicende dei quasi duecento asini custoditi a Masseria Russoli, ma forse ci sono altri interessi dietro tanta premura equina

La maestra delle elementari ci faceva tagliare del cartoncino e con questo facevamo un cono e due orecchie lunghe da appiccicare sopra. Era il cappello del ciuco, dell’asino, che si doveva mettere in testa l’ultimo della classe. Non è un bel ricordo, risveglia antichi timori, quello di non essere adeguato, pronto, intelligente. Vedendo gli asini della masseria Russoli, in una soleggiata mattinata di marzo, sono stati questi i primi pensieri venuti in mente. Guardare questi animali che da settimane hanno scatenato un’accesa bagarre politica a Martina Franca, con il coinvolgimento nientepopodimenochè di Striscia la Notizia, mi ha fatto pensare ai tempi della scuola, in cui essere “ciuccio” era un problema. Ora invece su internet e sui giornali, si fa a gara per dimostrare chi è più amico dell’orecchiuto animale.

Quello che sta accadendo, in sintesi, è che il centro di salvaguardia dell’asino martinese, presso la masseria Russoli, non si capisce da chi deve essere gestito, la Regione pare faccia orecchie da mercante e intorno iniziano a girare i soliti avvoltoi pronti a cibarsi dei cadaveri. Nel 2005 la Giunta Regionale decide di non rinnovare la convenzione che da dieci anni dava al Corpo Forestale la gestione della struttura. Durante questo tempo la Forestale affidava il controllo e la cura degli animali a una coppia di custodi e ad alcuni operai. Essi garantivano che tutto si svolgesse per il meglio e la Forestale nel frattempo provvedeva ai lavori di restauri e di mantenimento della struttura. Nel 2007 scade l’ultima convenzione, gli operai tornano a casa e alla masseria rimane solo la coppia di custodi, che nel centro, appunto, abitava. La Regione decide allora di dare al Centro Incremento Ippico di Foggia la cura della Masseria, ma non si esprime sulle sorti dei due custodi che, per legge, sarebbero dovuti passare automaticamente alla cooperativa di Foggia. Questo stava per accadere, se non fosse che, il signor Marangi, in attesa di risposte dalla Regione, si era rivolto all’avvocato Terrulli, che gli aveva consigliato di non accettare la proposta di assunzione, seppur di tre mesi, fatta dalla cooperativa. Quindi scoppia il caso: l’avvocato chiama i giornalisti, che giustamente si avventano sull’osso riportando quanto stava accadendo. Insieme a loro si avvicina al caso, paladino di giustizia, il consigliere comunale Paolo D’Arcangelo, facendo sua la questione. Viene tirata in ballo la Regione che, senza alcun rimorso, preferisce far morire gli asini invece che occuparsi della faccenda. Nel frattempo i due operai che lavoravano lì hanno perso il posto e il custode e la moglie rischiano di essere sfrattati e, come a suggellare il momento di crisi della questione, un asino decide di morire impantanato nel fango. In un’interrogazione consiliare fatta da Nino Marmo di AN, l’assessore Russo risponde che l’asino sia morto di vecchiaia, mentre secondo i veterinari è morto di polmonite causata dal grande freddo che faceva in quel periodo. Non solo, ma l’assessore dice che la vicenda è stata montata ad arte. La domanda è da chi e per quale motivo.

Se lasciamo un attimo da parte la strumentalizzazione politica da parte di qualche consigliere comunale, la vicenda appare abbastanza ingarbugliata: la masseria fa gola a molti e che la Regione si riservi il ruolo di gestirla crea problemi. Senza nulla togliere alla vicenda in sé, cioè che la mancanza di manodopera mette a dura prova l’esistenza della comunità asinina, gestire un posto del genere significa poter accedere a una quota cospicua di soldi pubblici. Nel frattempo, a parte il gruppo nato su Facebook che domenica organizza in piazza una raccolta firme per chiedere, in soldoni, che la gestione della masseria passi dal pubblico al privato, su internet ci sono alcuni forum tematici in cui ci sono notizie più concrete. In una dichiarazione rilasciata da D’Arcangelo a Cronache Martinesi, si legge che sarebbe stato meglio affidare Russoli e gli asini a chi non avrebbe permesso loro il deperimento. Interpellato sull’argomento, dice di non avere nessuno di preciso in mente, ma che sarebbe meglio una società privata. I nomi possiamo provare a farli noi: il primo è Onos, una società con sede a Palagiano che si occupa di commercio di latte di asina, con cui, nel 2007 il comune di Crispiano aveva stipulato un protocollo di intesa per un non specificato programma di interesse collettivo alla masseria Russoli. Il secondo nome è quello dell’ Associazione Nazionale Allevatori del Cavallo delle Murge e dell’Asino di Martina Franca, che si dice disposta ad appropriarsi del centro e che, fondamentalmente, la gestione che avveniva fino a pochi anni fa era migliore: gli allevatori avevano in comodato d’uso le fattrici e poi potevano tenersi i puledri. Se proviamo a tirare le fila della vicenda abbiamo da un lato una comunità di asini che non può essere gestita da due sole persone e dall’altro invece alcuni avvoltoi pronti a cibarsi dell’osso. Ma per farlo, la Regione deve farsi da parte, deve essere spinta a lasciare. In questo interviene la stampa e Striscia la Notizia, che non fa altro che alzare il polverone, per nascondere meglio il volo degli avvoltoi che si fa sempre più basso che, naturalmente, non hanno alcun interesse ad inimicarsi l’ente pubblico. A questo punto, ci chiediamo, a chi si riferisca realmente il nome del gruppo nato su Facebook “Giù le mani dall’asino di Martina Franca”.

Arrivati alla masseria, un gruppo dei 181 asini ospiti, pascolavano placidamente nell’erba tagliata di fresco, alcuni stesi a sonnecchiare e altri invece a mangiare i germogli degli ulivi. Alla vista del cronista e della macchina fotografica, sono scappati impauriti, segno questo che tutto l’interesse suscitato dalla vicenda, li ha infastiditi un po’.

LA DIFFERENZIATA, QUESTA SCONOSCIUTA

Oggi pomeriggio incontro sui rifiuti all’auditorium Cappelli. Cgil Cisl e Uil: dal Comune serve trasparenza.

Qualche mese fa, passando a piedi dalle parti del Carmine, si poteva notare un cassonetto particolare. Attirava l’attenzione perché aveva sul davanti l’adesivo con su scritto “Comune di Scanzano”. Era proprio davanti al tabaccaio che sta di fronte alla scuola elementare. Un vecchio cassonetto di come ce ne sono tanti in giro, ma diverso perché recava con sé il marchio di un’altra vita. Diciamo un cassonetto di seconda mano. Ma se il riutilizzo di qualcosa, a maggior ragione se a farlo è una ditta di smaltimento dei rifiuti, non deve preoccupare, il nome Scanzano invece rievoca brutti ricordi, legati guarda caso ai rifiuti. Tossici. Anni fa infatti, i cittadini di Scanzano Jonico si mobilitarono in massa per dire no alla presenza dei rifiuti tossici. La città di Martina, forse solidale con la loro lotta, ricorda quell’evento ospitando un cassonetto (l’unico di cui abbiamo notizia) di quel comune. La foto del cassonetto fu pubblicata dallo scrivente sul blog Officina Narrativa e immediatamente dopo l’adesivo è stato strappato.

Intanto per oggi pomeriggio i sindacati confederali, Cgil Cisl e Uil, organizzano un incontro che ha per tema proprio i rifiuti, in cui parleranno amministratori comunali provinciali e regionali. Uno dei motivi dell’incontro, si legge sul documento unitario dei sindacati, è la tassa sui rifiuti che ogni anno aumenta del 50 percento. Un aumento che sarebbe giustificato da un corrispettivo aumento della produzione di immondizia, ma dai dati si evince il contrario. Sarà legato alle penalità che il Comune paga per non aver raggiunto gli obiettivi di raccolta differenziata, o a varie irregolarità. Una fra le tante, si legge nel documento, è il fatto che non si fa una gara d’appalto per lo smaltimento dei rifiuti da almeno sei anni, prorogando di anno in anno il capitolato stipulato nel 1993 con la Tradeco. Al comune rispondono che dipende dall’Ato, da Massafra, dal sindaco Tamburrano, ma interpellata mesi fa sull’argomento l’assessore martinese competente, la vicesindaco Maffei, non ha risposto. Anzi, ha negato l’intervista più volte, dicendo di non conoscere l’argomento. Per questa sera si spera abbia studiato.

Poi c’è la raccolta differenziata, croce e delizia di ogni amministrazione pubblica, due parole tanto abusate ma di cui non si conosce il significato. A Martina tempo fa uscirono titoli cubitali sui giornali in cui si diceva che grazie all’amministrazione Palazzo la raccolta differenziata era aumentata del 50 percento. E basta. Non si diceva che il 50 percento del tre percento è un nulla. Secondo gli obiettivi imposti dalla Regione, a loro volta mutuati dall’Unione Europea, avremmo già dovuto essere intorno al 40 percento, mentre Martina è ferma al quattro. E non è un problema del sud, dato che abbiamo esempi vicinissimi di raggiungimento di questi obiettivi, come a Palagianello o a Ceglie Messapica, in cui sono stati addirittura eliminati i cassonetti.

Sia Isabella Massafra che Augusto Busetti, interrogati sull’argomento, rispondono che l’incontro è stato organizzato anche perché il Comune non ha mai risposto alle richieste dei sindacati di chiarire la faccenda, a loro volta spinti anche dalle migliaia di cittadini che sono costretti a pagare sempre più tasse. In primo luogo chiedono trasparenza, nei rapporti con i cittadini e nelle pratiche di gestione dei rifiuti, trasparenza che è sempre mancata. Essi si augurano che oggi alle sei di pomeriggio, con i rappresentanti locali, la sopracitata Maffei, il consigliere Pentassuglia, l’assessore provinciale Conserva e l’assessore regionale Losappio, possa essere un momento di partenza per la risoluzione della questione.

Intanto il cassonetto di Scanzano, nonostante abbiano strappato via l’adesivo, continua ad essere lì, incurante di quello che accade intorno, a monito perenne di quello che potrebbe accadere se i cittadini tutti manifestassero il proprio dissenso.

Vivere con duecento euro al mese

Intervista a Teresa Palmisano, disoccupata da tre anni, che prende carta e penna e scrive ai giornali

È arrabbiata Teresa. Stanca delle pratiche che si bloccano negli uffici, dei tempi che si allungano, della tranquillità perduta. Teresa Palmisano è un’operaia impiegata nel tessile di Martina Franca, il marito lavora in un impresa edile. Entrambi licenziati, lei da tra anni ormai, lui da novembre. Ha usufruito degli ammortizzatori sociali previsti, la cassa integrazione ordinaria e straordinaria, ora aspetta la cassa in deroga, quella garantita dalla Regione, dato che quella statale si è esaurita.

È l’ennesima vittima di quella crisi del settore tessile che sta lentamente erodendo tutto il tessuto produttivo martinese, arrivando al licenziamento di più di metà degli addetti. La crisi del settore viene moltiplicata per la crisi sistemica che sta colpendo il credito, le banche. Non essendo un periodo roseo e non potendo rischiare, queste sono restie a prestare denaro alle aziende per gli anticipi sulle commesse. Le ditte, soprattutto le più piccole, le contoterziste, chiudono per sempre. Nel frattempo in città tutto scorre come se nulla fosse, ma il fiume pestifero di disoccupazione ha la fonte molto in alto (la ditta di Teresa, la Fides, ha licenziato 37 dipendenti tre anni fa) e non se ne intravede la foce.

La settimana scorsa, Teresa prende carta e penna e scrive una lettera ai giornali, per raccontare quello che sta accadendo. La incontriamo alla Camera del Lavoro di Martina Franca, dove ogni giorno aiuta gli altri come lei a sbrigare pratiche.

Cosa ti ha spinto a scrivere?

L’impossibilità di tenermi tutto dentro, la rabbia di vivere questa situazione, l’impossibilità di risolvere. Non sono una che si lamenta, non racconto la mia esperienza a tutti. Non so cosa mi sia preso, ma ad un certo punto non ce l’ho fatta più.

Rabbia contro chi, contro cosa?

Contro la situazione, l’impossibilità di vivere normalmente, contro il Governo, che sembra consideri me e quelli nella mia stessa condizione come ferri vecchi da buttare, da mettere da parte. Mi sento messa da parte, di non poter fare nulla. Sono arrabbiata con gli uffici che bloccano le pratiche, con la lentezza dell’Inps. L’altro giorno sono andata all’Inps, all’ufficio di Martina, per chiedere notizie sulla pratica della mia cassa in deroga. L’impiegato mi ha risposto che dipende dall’azienda, e non da loro. Bene, ho dovuto spiegare all’impiegato dell’Inps di Martina come funziona: una pratica del genere è di competenza loro e non dell’azienda. Poi ce l’ho con chi nonostante è in cassa integrazione, chi ha l’assegno di disoccupazione, lavora a nero. Con i pensionati che lavorano a nero.

Dove lavorano a nero?

In alcune aziende, che preferiscono avere manodopera non regolare. Tante delle mie ex colleghe lavorano, anche se sono in cassa integrazione. Mi chiedo se sia giusto che uno abbia il doppio stipendio e noi in casa nemmeno uno.

Cosa succede in casa tua?

Io prendevo mille euro di cassa integrazione straordinaria, che si è bloccata a novembre. E il 15 di quel mese mio marito ha perso il lavoro. Lui guadagnava ottocento euro e, tolti i trecento di affitto, riuscivamo a vivere bene, mantenendo una figlia di dodici e una di sei anni. Ma ora niente. Da novembre in casa nostra non entra una lira. E tutto si sta rompendo, non c’è più tranquillità. Con mio marito, con mia figlia grande che non capisce cosa sta accadendo e non vuole sentirsi diversa dalle sue amiche. Gli unici soldi che entrano sono quelli che guadagno arrangiandomi a fare le pulizie. Cento euro ogni due settimane.

Come si fa a vivere con duecento euro al mese?

Ci arrangiamo. Io faccio tutto in casa. Con cinquanta centesimi di farina faccio tre chili di pane. La salsa per la pasta la faccio io, macinando i pomodori. Cerco di andare il meno possibile al supermercato. Naturalmente abbiamo rinunciato ad uscire la sera, e quando vado al mercato vado solo per guardare…

Nonostante tutto però passi molto tempo al sindacato.

Già, mi fa pensare di meno a quello che mi aspetta a casa. Poi mi piace imparare, soprattutto quello che riguarda il lavoro, per evitare di essere presa in giro. Così mi metto a disposizione di chi come me viene dallo stesso settore e mi chiede una mano.

Cosa ti aspetti, cosa vorresti che accadesse?

Sono sicura di non essere l’unica in queste condizioni, ce ne sono tanti come me e tante famiglie che sono costrette ad indebitarsi per pagare le bollette, l’affitto. Non è possibile che non si faccia niente, che non si lotti per uscire dalla situazione. Non c’è bisogno dell’elemosina, non ne voglio. Due settimane fa sono andata dal sindaco per parlargli della mia situazione. Non volevo un aiuto economico, ma che partecipasse con noi alla nostra lotta, che prendesse a cuore la situazione di tutti quelli come me. Ma forse non ha capito: ha promesso di trovarmi lavoro…

Chi ci guadagna dalla campagna sulla sicurezza

La campagna per la sicurezza messa in piedi da Berlusconi e i suoi accoliti, a prima vista sembra una chiara dimostrazione dell’indole neofascista del Governo, che indica, in un momento di crisi strutturale del sistema capitalista, come “untore” o causa del Male assoluto, l’Altro, l’immigrato, diverso da noi perchè vittima del proprio istinto animalesco a violare, fare del male, ma a ben guardare, non è nient’altro che un altro esempio della terribile propaganda di cui siamo vittime. Questa campagna, che può sembrare razzista ad un primo sguardo, ma che cela risvolti ancora più inquietanti che di seguito spiegheremo, è supportata da un sistema mediatico disinformativo che addirittura, come fa il Corriere della Sera tramite una delle sue penne di punta, indica nello stupro l’atto rituale attraverso cui gli Invasori, gli immigrati, dimostrano a noi (noi chi?) di aver conquistato la Patria. Evitando giudizi di merito sul concetto di Nazione, Patria, la cui a-storicità e a-scientificità riempirebbero troppe pagine, vorremmo soffermare la nostra attenzione su chi e cosa trae giovamento da questa campagna disumana. Il razzismo è una buona scusa per racchiudere alcune scelte berlusconiane, e leggere alcuni eventi in questa chiave è legittimato dalla presenza nella compagine governativa di gruppi di bovari nordici saliti al rango di deputati, ma il razzismo è un modo per solleticare la fantasia popolare e dare in pasto al suo giudizio colpevoli immediatamente riconoscibili di pesanti disagi. Se il lavoro è merce rara, secondo la formula razzista, è colpa dell’africano che lo ruba, e non perchè l’africano senza documenti e quindi senza diritti, costa meno e rende di più in termini di ricavo da parte del padrone. Il costo del lavoro è il centro della questione: se il capitale si sposta verso luoghi in cui il costo del lavoro è basso o bassissimo, i lavoratori si spostano verso luoghi in cui il costo del lavoro è più alto: gli imprenditori italiani aprono fabbriche in Romania, i lavoratori rumeni cercano lavoro in Italia. Con l’entrata della Romania nell’UE e quindi in Shengen, i lavoratori rumeni hanno avuto libertà di movimento nei paesi dell’Europa occidentale e quindi la possibilità di cercare lavoro senza la necessità di un permesso di soggiorno. Questo, è ovvio, ha svuotato di braccia la Romania e ha creato problemi ai vari imprenditori alla ricerca di manodopera a basso costo. In questa differenza tra offerta e domanda di lavoro, si inserisce la campagna mediatica contro “lo stupratore rumeno”, che non è altro che un modo per ovviare Shengen attraverso la criminalizzazione di un gruppo di individui, il cui lavoro costa di meno in patria che non in Italia. A supporto di questa tesi, ecco un passaggio dell’articolo pubblicato sulla rivista di Confindustria “L’imprenditore” di aprile dello scorso anno, in cui si intervista Marco Tempestini, presidente di Unimpresa Romania. Alla domanda dell’intervistatore: Che mercato offre la Romania agli imprenditori italiani?, Tempestini risponde, dopo aver elencato un alto numero di vantaggi, soprattutto dal punto di vista del costo del lavoro ([…] un costo della manodopera sicuramente in aumento, ma a livelli ancora bassissimi, rispetto a quelli dei paesi europei […]), parla di un “rovescio della medaglia” : “la propensione all’emigrazione sta depauperando le risorse umane a disposizione delle aziende[…]“.

Caro Babbo Natale…

La letterina a Babbo Natale

Caro Babbo Natale,

mi chiamo Massimiliano e sono un giovane abitante di Martina Franca. Volevo dirti che quest’anno non sono sempre stato buono, qualche volta mi sono incazzato, e qualche volta mi sono comportato male, ma ho sempre cercato di essere bravo e buono. Quest’anno, caro Babbo Natale, ho pagato tutte le tasse, alcune aumentate del 50 percento, come quella sulla spazzatura, ma non perché ho ingrandito la mia casa, ma perché il Comune si è beccato una bella multa e dobbiamo pagarla tutti. I maligni dicono che è colpa degli amministratori che, nonostante le sentenze dei giudici e le leggi della Regione, non fanno una nuova gara d’appalto per lo smaltimento. Io credo che lo facciano perché hanno a cuore le sorti dei dipendenti della Tradeco.

Caro Babbo Natale, quest’anno qualche volta mi sono lasciato andare a brevi turpiloqui. Quando ero nel traffico soprattutto, perché mi scocciavo di metterci mezz’ora da Cristo Re all’Ospedale. Immagino che scorazzando tra le stelle con le tue renne non hai problemi di doppie file che intralciano il passaggio, di cerebrolesi che ti guardano sorridendo sorseggiando caffè mentre la loro macchina blocca la tua, di soste espressioniste al centro strada, di signore troppo impellicciate per capire che lo spazio vuoto tra due auto è un parcheggio dove poter lasciare il loro ingombrante inutile Suv. Mi sto innervosendo, ma mentre ti scrivo, caro Babbo Natale, rivivo le scene che accadono quotidiane.

È stato un anno allegro, quasi, tranne che per due miei amici che si sono sposati e non riescono a trovar casa, che ci vorrebbero un po’ di mutui subprime anche qui da noi. Lo sai che una casa arriva a costare 3600 euro al metro? Sono sicuro che da voi in Lapponia non è così. Questo fatto mi ha intristito e se mi intristisco mi arrabbio un po’, e me la prendo con gli amministratori che, poveretti, sono troppo impegnati per pensare al piano regolatore.

È stato un anno molto intenso. Al giornale ci sono stati nuovi acquisti e tutti abbiamo un po’ acquisito esperienza. Ma la vita del cronista, sia esso di cronaca o di sport, di inchiesta o di politica, non è mai semplice e spesso, a causa dell’abitudine a leggere i fidi scribi, sembra che il lavoro fatto non valga nulla. Ma noi non ci arrendiamo e anzi ti chiedo che questo Natale mi porti un po’ di pazienza e di cortesia nei confronti di chi è re in paese ma già all’altezza di San Paolo conta come il due di briscola.

Vorrei la capacità di raccontare a tutti, senza la paura di non essere capito.

Sotto l’albero la mattina del 25 spero di trovare splendente lo spirito cristiano dell’accoglienza, che gli abiti talari non indichino solo arringhe vigorose ai fedeli intruppati ma scarpe sporche di fango e mani che abbiano toccato la povertà.

Vorrei aprire un pacco e trovare il modo perché la gente non veda nei ragazzi dell’Hotel dell’Erba dei concorrenti nella miseria ma dei fratelli vittime anche loro degli stessi meccanismi che divide il mondo in sfruttati e sfruttatori.

Anche se non sono stato un esempio di bontà, ti chiedo, Babbo Natale, di portarmi un paio di forbici magiche per tagliare i fili tra i vertici delle piramidi di potere che impoveriscono le nostre terre e le nostre menti e le persone normali, laboriose, oneste, costrette ogni giorno ad inchinarsi perché ci fanno credere che i nostri diritti non sono nient’altro che privilegi.

Portami una gara d’appalto per i rifiuti, affinchè anche a Martina si possa fare un po’ di raccolta differenziata. Regalami un’idea per spiegare agli imprenditori della zona industriale che non possono usare i cassonetti normali per gettare i rifiuti delle loro imprese, perché altrimenti a pagare siamo noi cittadini. Regalami un po’ di buon senso da mettere sotto il tergicristallo delle macchine parcheggiate in doppia fila. Regalami un vigile personale che multi chi non sa guidare.

Babbo Natale, se c’è spazio nel tuo sacco ti chiedo un chilo di saggezza, da donare ai nostri amministratori, affinchè capiscano che governare non significa emettere ordinanze contro chi sputa o emette flatulenze, ma timonare una nave che non deve affondare.

Vorrei un po’ d’ordine, per favore, nel nostro Ufficio Tecnico, perché mi dispiace che spesso si perdano le carte.

Vorrei un po’ di sicurezza, se è possibile, vorrei poter sognare una prospettiva e un futuro e non ringraziare di essere arrivato alla fine del mese.

Per ultimo, caro Babbo Natale, ti chiedo di trovarmi quella scatola di giocattoli che quand’ero bambino mio padre mi comprò dal negozio sotto casa, quella dove c’erano le casette in plastica colorate, da assemblare. Quella scatola che stava in vetrina in quel negozio di giocattoli che ora non c’è più.

Pecore alla diossina: ecco il dolore di chi ha perso tutto

Pubblichiamo la lettera che la famiglia Fornaro, che gestisce la masseria maggiormente colpita dai danni dell’allevamento, ha inviato a Peacelink

—- Lettera aperta delle famiglia Fornaro —-

Un cielo di piombo si chiude come un sipario su Taranto. La strage degli
innocenti è compiuta. Abbiamo assistito all’ultimo atto di una tragedia.
Il 10 dicembre sono venuti a prelevare le pecore e le capre in tutte le
masserie degli allevamenti coinvolti, giungendo così all’epilogo del
lavoro di una vita. Nei nostri ovili ora rimbomba un silenzio assordante,
intriso di dolore, quello nostro e dei nostri animali che generosi fino
all’ultimo istante sono saliti sui camion della morte, pronti a
sacrificare la loro vita per salvare la nostra.

Sinceramente immaginavamo tutti una conclusione diversa. Una giornata
pesante come le nuvole che hanno accompagnato le operazioni… l’assenza
della città e la presenza della forza pubblica hanno mortificato ciò che
restava di una speranza.

La giornata è passata e questa mattina alle 4 ci siamo avviati verso il
macello per accompagnare i nostri animali e continuare a vivere la loro
tragedia che è anche la nostra!

Sì, è anche la nostra, non solo come famiglia colpita, in quanto questa
tragedia coinvolge non solo tutti i cittadini di Taranto, ma anche tutti
coloro che hanno guardato con sensibilità alla nostra sofferenza. Non
rendiamo inutile questo sacrificio! A noi oggi piace pensare che questi
animali possano diventare un simbolo, non dell’ennesima ingiustizia ma del
risveglio della coscienza collettiva troppo a lungo assopita, e in questo
senso continueremo ad adoperarci.

A livello personale non ci arrendiamo, siamo abituati a non arrenderci
proprio come la nostra città, e siamo disposti a rispettare le leggi, a
pagare in prima persona come abbiamo fatto fin’ora. E adesso?

Da generazioni facciamo questo lavoro, vorremmo avere di nuovo il nostro
gregge, ci hanno detto che nessuno ce lo impedisce,  ma fra un anno o due
se non si bonificheranno i terreni e se non si controllerà l’origine della
diossina, questa sarà trovata ancora una volta nel corpo dei nostri
animali. Ancora ci hanno detto che potremmo nutrirli con i mangimi già
pronti come se questi fossero veramente esenti da rischi (i maiali
irlandesi contaminati dalla diossina non erano forse nutriti secondo
queste modalità?).

Chiediamo dunque delle direttive chiare in attesa di ricevere quanto prima
l’obolo per noi stanziato appena sufficiente e comunque necessario “come
il pane” per tirare avanti. Vogliamo che chi di dovere si assuma
politicamente le proprie responsabilità come noi abbiamo fatto con le
nostre . Chiediamo di mettere per iscritto cosa possiamo o non possiamo
fare, considerando che ormai la nostra fiducia è completamente rivolta
alla magistratura, ma che non siamo più in grado di attendere i tempi
biblici che suo malgrado la giustizia richiede per fare il proprio corso.

Famiglia Fornaro

Allevamento Carmine

MISERIE ALL’OMBRA DEL BAROCCO

DOSSIER POVERTÀ A MARTINA FRANCA 1: i numeri della crisi

Abbiamo cercato di ricostruire il problema povertà a Martina, partendo dai dati dell’Istat pubblicati all’inizio del mese.

Chi sono e quanti sono i poveri a Martina

In un periodo in cui si parla ripetutamente di crisi, crolli e povertà, ad essere inflazionati non sono solo i bilanci pubblici di tutto il globo, ma anche le parole per descrivere la situazione. Crisi è una parola che viene usata spesso in tutte le salse possibili, tanto da perdere quasi qualsiasi collegamento con la realtà che dovrebbe descrivere e non avere più quel valore ammonitorio che dovrebbe esprimere.

Abbiamo provato a descrivere quello che significa crisi analizzando la situazione di Martina Franca.

Il dato da cui partire è la rilevazione fatta dall’Istat all’inizio di novembre che riferisce di un’Italia in cui i poveri sono più del dodici per cento della popolazione. Relativamente poveri, dato il calcolo si basa su quanto una famiglia spende in un mese: se è composta da due persone e spende meno di 986 euro, allora è una famiglia in povertà relativa, perché, secondo la statistica, la spesa è indicativa del reddito.

La situazione del meridione è peggiore statisticamente rispetto al quadro nazionale. Secondo i dati dell’Istat, la percentuale di poveri è del 22 per cento di media, con picchi in Basilicata e in Sicilia.

Da dove viene la povertà: l’esempio del comparto tessile

Ci sono due tipi fondamentali di reddito: quello diretto e quello indiretto. Il primo è dato dallo stipendio mensile, che fa entrare in famiglia liquidità, e poi c’è il reddito indiretto che è dato dai servizi che lo Stato garantisce alle famiglie e per cui si pagano le tasse. Sono la scuola e la sanità per esempio. L’esistenza di una persona è garantita dall’interazione di questi due tipi di reddito.

Il reddito diretto è dato dal lavoro e il primo senza il secondo è impossibile. È notorio che il tasso di disoccupazione al sud sia più elevato e più elevati sono i numeri riguardo il precariato e il lavoro cosidetto grigio (quello per cui il salario percepito non corrisponde a quello segnato nella busta paga). Secondo le statistiche il tasso di disoccupazione in provincia di Taranto nel 2007 è del 10 per cento, con un percentuale doppia delle donne rispetto agli uomini (questi sono sull’8% mentre le donne si attestano intorno al 16%). Secondo il Centro per l’Impiego di Taranto, a su sedicimila persone iscritte all’Ufficio impiego di Martina, il 33 per cento di esse è disoccupato. Ma non è una percentuale esaustiva, dato che non tutte le persone si rivolgono a questo servizio se sono in cerca di occupazione.

cammelli_092 Per capire meglio la questione possiamo prendere ad esempio un settore specifico dell’economia martinese: il tessile. Per anni questo comparto è stato considerato quello trainante di tutta l’economia martinese, ma ultimamente sta attraversando una crisi molto pesante, anzi due, considerando che la difficoltà di questo reparto si sta incrociando alla crisi strutturale dell’economia mondiale. In parole povere, negli ultimi tempi un settore che stava perdendo commesse a causa dello spostamento della produzione verso la Cina o i posti dove il lavoro costa meno, ma sopravviveva grazie alle commesse che arrivavano dalle ditte più grosse. Per lavorare, le confezioni chiedevano anticipi alle banche per poter pagare gli stipendi che poi rimborsavano una volta ottenuto il pagamento. Adesso le banche hanno chiuso i rubinetti e i lavoratori sono in mezzo alla strada. Secondo Giuseppe Massafra, della Filtea CGIL, non è ancora possibile stabilire l’entità di quello che accadrà nel futuro, i numeri sono destinati sicuramente a salire (è emblematico che, mentre facevamo l’intervista, abbia avuto una telefonata che gli annunciava il licenziamento di altri trentacinque lavoratori). È necessario, secondo lui, che le autorità prendano atto della tragedia e studino dei provvedimenti adeguati perché la cassa integrazione straordinaria dura solo un anno. E poi c’è la questione del Distretto regionale della moda, la cui sede è Martina. La cosa è diventata ufficiale da poco, e sarebbe paradossale che nel momento in cui viene riconosciuto il ruolo fondamentale delle manifatture martinesi, queste chiudono.

I numeri di Martina Franca

I servizi sociali di Martina offrono alle famiglie particolarmente indigenti, un sussidio minimo economico, una somma di denaro che permette loro di provvedere alle necessità primarie come la spesa o il pagamento delle bollette. Da 2005 ad oggi sono state fatte 674 domande, ma nell’ultimo anno sono aumentate notevolmente. A fronte delle 146 domande presentate l’anno scorso, quest’anno, fino a novembre, ci sono state 202 richieste.

Il sussidio rappresenta l’ultima spiaggia di chi è in difficoltà. Secondo l’assistente sociale Rapisardi che si occupa di questi servizi, la somma di denaro erogata dal comune una tantum è utile ma non è fondamentale nella gestione del problema, perché non è una soluzione: «È assistenzialismo – ci dice – ed è come dare un pesce all’affamato invece di insegnargli a pescare. I soldi messi a bilancio dall’amministrazione sono abbastanza, si dovrebbe puntare verso programmi che incidano in maniera più strutturale». E quando le chiediamo chi sono i poveri di Martina, ci risponde: «Non è possibile fare un quadro preciso della situazione, ma negli ultimi anni ho visto aumentare notevolmente le persone sole, uomini o donne di mezza età, che non hanno nessun tipo di reddito. Molto spesso la loro sopravvivenza si basava sulla pensione dei genitori e, venuti a mancare questi, non sanno più come andare avanti».

Una ulteriore misura per comprendere il fenomeno “povertà” a Martina, potrebbe essere quello del contributo integrativo del canone d’affitto. Sono soldi che la Regione affida ai comuni per aiutare le persone a fronteggiare le spese per la casa. Per accedere non bisogna superare il reddito di quattordici mila euro annui. L’ultimo dato disponibile è quello del 2007, in cui un totale di 503 famiglie hanno avuto accesso al contributo.

Quanto siamo poveri

Questi numeri possono raccontare la realtà fino ad un certo punto, dato che ad essi sarebbe necessario aggiungere tutto quello che è sommerso, tutti coloro che fanno la fila nelle sacrestie per avere un conforto non necessariamente spirituale. La Caritas di San Francesco prende in carico una media di venti casi all’anno, a cui fornisce pacchi viveri o piccole somme di denaro. Ma non è la norma a Martina: alcuni sacerdoti non sembrano essere molto sensibili nell’accoglienza dei poveri.

Un percezione migliore del fenomeno si ha girando per il mercato, oppure dando un’occhiata alle vie dello shopping cittadino e alla loro desolazione. La spirale è chiara: per garantirsi un maggior profitto si punta o sul precariato o sulla delocalizzazione dell’impresa. Si abbassa in questo modo il costo del lavoro ma contemporaneamente si inizia a licenziare o a pagare salari più bassi. Questo crea sacche di povertà che non potendo più garantire un numero costante di consumi provoca una crisi. I numeri martinesi sono preoccupanti, ma non sono ancora diventati allarmanti. Non dobbiamo però rattristarci: l’ottimismo è il profumo della crisi…