Due parole sul giornalismo tra equo compenso e i contributi pubblici

Ieri ho dovuto rivedere un migliaio di foto fatte da un amico fotografo per un reportage sulla transumanza fatto nel 2009 e acquistato e pubblicato da Carta, quella rivista settimanale che raccontava e rifletteva sul futuro dei movimenti ma anche delle classi più povere. Una bella esperienza, sia la transumanza che Carta, entrambe hanno influito tantissimo nelle scelte future. Il reportage, una settimana a piedi da Laterza a Calvello insieme ad una mandria di 200 podoliche, una delle ultime transumanze a piedi in Basilicata, descritta e fotografata per una rivista che dopo poco ha chiuso.

transumanza

Quei giorni di giugno del 2009 erano la realizzazione di un sogno: lavorare come reporter, raccontare quello che succede davvero, a pochi km da casa, a mille miglia di distanza, la storia del vaccaro, la storia di Lustrantina, podolica figlia di Lustrante, le auto bloccate di domenica sulla strada provinciale per far passare le “corna“, il vecchio contadino di Irsina che non è socialista, ma comunista e tante piccole storie che ad ogni curva si svelavano e scalciavano per essere raccontate. All’epoca pensavo che poteva essere una buona strada quella di mettersi un paio di scarponi e raccontare cosa accadesse a pochi metri di distanza, ma non si capisce quanto fortemente mi sbagliavo.

Il caso ha voluto che proprio ieri circolasse la notizia dell’accordo tra FNSI, FIEG e INPGI sul compenso minimo dei giornalisti, con una delibera della Commissione Governativa che si può leggere per intero qui. Questa delibera stabilisce il compenso minimo di un rapporto di collaborazione non subordinato, quindi non assunti. Le tariffe, secondo la delibera, si possono leggere per intero qui. In sintesi si dice che il compenso minino per una prestazione continuativa non subordinata è di 3000 euro all’anno, sia che si scrive per un quotidiano che per una testata web. Questo accordo ha suscitato ovviamente polemiche, per tutta una schiera di precari del giornalismo che scrive molto più di 12 articoli al mese e spesso si vede pagare quattro euro al pezzo.

Siccome sto un po’ a cavallo tra il precario e l’imprenditore, grazie al network ValleditriaNews, la scelta della Federazione Nazionale della Stampa non mi pare troppo padronale. Anche perchè è necessario fare i distinguo, necessari per raccontare un mondo che spesso si dà per scontato. Quando si parla di giornalismo si fa riferimento ad una nube indistinta che passa dal quotidiano nazionale al sito di appassionati di cacciaviti, dal portale di notizie all’ufficio stampa dell’associazione di amanti della scarpetta. Pensare di riuscire a normare un sistema che è liquido per definizione, in cui la regola della sopravvivenza è la competizione, in cui non è possibile sviluppare una coscienza di classe, perchè il giornalista deve avere una sua opinione per contratto e non può essere la stessa del suo collega, è un’impresa donchisciottesca. Mettere insieme il giornalista che passa ore in tribunale per avere finalmente la fotocopia della sentenza e quello che prende un comunicato stampa e lo pubblica firmandolo, non è giusto, perchè il primo fa un servizio alla comunità, il secondo si masturba su una tastiera.

Sempre ieri (sarà stato il solstizio d’estate), un amico mi passa il link all’intervista per Linkiesta a Massimo Fini, “giornalista mancato“, come ha detto di lui Feltri, consapevole come pochi del vero ruolo del giornalista nella società, come spiega nell’intervista, ma lucido nel chiamare le cose col suo nome. Nelle grandi redazioni si accede solo per cooptazione, e magari se hai un bel culo.

Da un parte, quindi, la vertenza dei giovani precari, dall’altra l’amarezza delle parole di Fini sulla fine dell’informazione:

L’informazione è un campo strano: se leggi soltanto quella main stream sai che al 90 per cento è taroccata, se invece cerchi in rete ti ritrovi con una massa talmente vasta di informazioni che non sai più nemmeno come gestirla.

Io penso che la questione legata al compenso del lavoro debba essere analizzata alla luce di fattori che non possono essere solo la benzina nella Clio e il tempo che ci vuole per scrivere un pezzo, ma che debba essere spunto di riflessione perchè la nostra professione è ad uno svincolo cruciale: o si cambia o si muore. E’ giusto lottare per non essere pagati solo sei euro per un pezzo che ci hai messo tre ore per farlo, ma è anche vero che i sei euro non sono che un sintomo di un sistema che non si regge più in piedi, sia dal punto di vista della credibilità (e quindi della sua funzione nella società) sia dal punto di vista economico (e quindi di sostenibilità). O si cambia o si muore.

Il modello economico dell’informazione si basa(va) su tre pilastri: vendite, abbonamenti, pubblicità. Questo modello valeva per l’informazione cartacea, ma già per quella online i primi due sono davvero una utopia. Se a questo aggiungiamo che le vendite sono comunque in costante calo, anche per la quantità e la qualità delle testate web e che in generale la raccolta pubblicitaria è in forte calo, possiamo dire chiaramente che quello a cui stiamo assistendo sono gli ultimi rantoli di un sistema che sta morendo e che non risorgerà più e che quindi le pretese di essere pagati più di 4 euro per gli aspiranti Bel Ami, può benissimo rimanere un’aspirazione.

A meno chè l’aspirazione non diventi ispirazione.

Il modello giornalistico italiano basava la sua sopravvivenza anche sui contributi pubblici. Se una testata aveva più di cinque anni di anzianità, poteva avere un sostegno diretto dallo Stato. Siccome negli ultimi anni una pletora di imbecilli ha convinto la massa ignorante (prodotta da informazione-spazzatura) che i contributi pubblici sono un modo per comprarsi i giornalisti, un fortissimo movimento di opinione ha legittimato la morte del sostegno pubblico ai giornali e quindi il successivo gettarsi in pasto alla pubblicità.

La massa ignorante adesso legge giornali finanziati da grandi gruppi imprenditoriali.

In palio c’era la possibilità per il giornalista di essere terzo, di non essere condizionato. Ora invece, senza lettori che comprano e senza lo Stato che appiana i debiti, si va col cappello in mano dal supermercato in cambio di pochi spiccioli per pagare i server o la tipografia.

In tutto questo il ragionamento sull’equo compenso non può limitarsi a indicare una maggiorazione economica come unico obiettivo.

La lotta per un equo compenso deve fare i conti con una professione molto dequalificata ma anche esplosa, grazie alla evoluzione tecnologica della comunicazione. Se tutti possono essere giornalisti, che differenza ci deve essere tra chi viene pagato e chi lo fa per passione? La vertenza deve essere ispirazione nella ricerca di un nuovo modello di sostenibilità del giornalismo, in una società fondata sull’informazione, la sua scomparsa non è contemplata, a differenza della sua mutazione.

Il problema è tutto tranne che semplice: garantire dignità lavorativa a chi si assume la responsabilità di raccontare quello che accade in un sistema incapace di sostenersi, in un mondo in cui tutti possono scrivere e pubblicare e condividere con chiunque. E in cui ci sono troppi pezzi di merda, comunque.

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